Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/441

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rassegna bibliografica 435

Erano le cose a questo punto, allorché un professore del ginnasio di Luisenstadt di Berlino, il sig. Guglielmo Bernhardi, uscì fuori con un lavoro nuovo, che rovesciava tutti i sistemi e chiamava inutili tutti i rimedi usati attorno ai Diurnali, dagli antichi e da’ moderni critici fino al Pabst; non quello del Minieri Riccio, che gli era rimasto sconosciuto. La critica, secondo lui, aveva sbagliato la strada. I Diurnali dovevano leggersi quali sono ne’ manoscritti e nelle prime stampe; bensì essi dovevano tenersi per opera di un falsario del cinquecento, il quale li aveva fabbricati sopra gli storici posteriori ai tempi e poco autorevoli, ignorando le croniche contemporanee più importanti, allora non anche messe a stampa. Costui aveva però usata grandissima sottigliezza e furberia per far perdere le tracce di una impostura, che a prima vista sarebbe stata goffissima. 1 dotti sarebbero rimasti presi al laccio dall’apparente ingenuità dello stile del supposto autore, e dalla forma di giornale che egli aveva data a quei ricordi. Infine, il contraffattore sarebbe stato appunto colui che primo si valse dei Diurnali stessi e li citò, cioè lo storico Angelo di Costanzo. Il dotto Bernhardi pubblicava questo lavoro sul principio del 1868 a Berlino, con un titolo che mostrava in lui l’assoluto convincimento di avere sciolto una volta l’enimma Spinelliano, Matteo da Giovenazzo, una falsificazione del secolo XVI1. Questo scritto era accolto con plauso da altri dotti tedeschi, i quali in varie riviste si associavano alla sua opinione; e principalmente fu notevole l’adesione del Pabst, che già, come si disse, aveva lavorato con altri metodi attorno ai Diurnali, credendoli genuini2. Fu anzi detto e scritto, che la conclusione del Bernhardi, non era già da ritenersi come una ipotesi, ma proprio come una conquista della scienza moderna sulla sciocchezza e credulità dei passati. Matteo da Giovenazzo doveva essere oramai cancellato dal catalogo degli storici. In questo modo mancava a un tratto quello, che l’ingenuo editore pugliese aveva poco innanzi chiamato nel suo stile «il germe della nostra letteratura storica»; la lingua volgare aveva perduto il prosatore

  1. Matteo di Giovenazzo eine faelschung des xvi Jahrhunderts. Berlin, 1863, in 4to.
  2. Göttinger gelehrte Anzeingen, 1868, n.° 24.