Pagina:Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871).djvu/509

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

della poesia di virgilio 503

non fa proposito alcuno senza il consiglio del senno paterno: da lui l’andare e lo stare: e anche quando gli Dei in visione parlano al figlio, il figlio, appena desto e levate al cielo le mani e celebrato il sacrifizio sul focolare domestico, corre al padre; e il padre riconosce il suo sbaglio, con bell’esempio di docile autorità. Il padre è che ordina la partenza, et cuncti dicto paremus ovantes. Il dolore della morte di lui non si saprebbe esprimere con più potente semplicità: nè Eleno vaticinante, allorchè m’annunziava dolori tanto terribili, questo dolore predisse a me. E non solamente allorchè l’incendio nocque alla flotta1 ch’era omai la patria degli esuli (e la nave capitana aveva per arme alla prora i leoni di Frigia e il monte Ida, memoria gratissima a’ profughi)2, non allora solamente il padre apparisce a Enea in visione, ma spesse altre volte, e lo invita che venga a raccogliere dall’Eliso i destini della gente italiana, illustres animas nostrumque in nomen ituras, dove il nome si sente com’aura a cui tener dietro nella via dell’onore; e sentesi come il poema nel suo concetto comprenda non Roma soltanto ma Italia tutta3; anzi, più che le Italiche, le umane sorti. Invocando la Sibilla a sua guida, Enea le parla d’Anchise, natique patrisque, Alma, precor, miserere: e la Sibilla mi rammenta il vaticinio dell’egloga che certamente il poeta intendeva non potersi tutto applicare al bambino di Pollione4, egli che in tanti luoghi dimostra di tutta comprendere l’umana famiglia ne’ suoi dolorosi affetti e ne’ desiderii generosi. Più che della storia romana, il libro sesto è pieno della umana moralità e della vita futura. E non a caso dalle sedi beate il cuore d’un padre conduole ai dolori di madre che dopo molti secoli nascerà per piange il figliuolo suo giovane morto: Tu Marcellus eris. La madre, al sentire que’ versi, svenne; nè tale è il solito effetto delle lusinghe poetiche: e se questa è lusinga, non so quante volte fosse con più coscienza adulato umano dolore.

  1. E. 5.
  2. E. 10.
  3. E. 6. Qui muneant itala de gente nepotes.. . Et te tua fata docebo.
  4. B. 4.