Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/357

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il libro di antonio billi 337

colo al canto della Via del Crocifisso. Non c’è dubbio dunque che esse si trovavano registrate nel Libro d’Antonio e che il Petrei, copiandolo in fretta, le aveva ommesse. Anche il Vasari nella vita di Taddeo Gaddi (I, 571 segu.) rammenta tutte le pitture enumerate, ed altre altre di cui nei nostri codici non si fa menzione.

(38) Gli affreschi in discorso esistono tuttora. Ma mentre quelli della Cappella Baroncelli secondo la testimonianza di documenti contemporanei sono indubitatamente opera di Taddeo, le storie di Giobbe, dalle ricerche del Bonaini, Förster ed altri furono riconosciute esser state dipinte da Francesco da Volterra. Il Vasari (I, 380) che nella prima edizione delle Vite, attenendosi al Libro d’Antonio, le aveva attribuite al Gaddi, nella seconda le assegna erroneamente a Giotto.


(Donatello.)

(39) Il senso di questa frase ci vien rivelato, confrontandola colle analoghe nel testo dello Strozziano e del Gaddiano. Il primo dice: “et di prospettiva intese assai bene,„ il secondo: “et possedè assai la prospettiva.„ Anche qui ci troviamo, dunque, dirimpetto a una delle tante inesattezze del nostro compilatore. Del resto tutto il preambolo alla notizia su Donatello è tolto parola per parola dal Proemio di Cristoforo Landino.

(40) Vedi la nota 7 alla notizia biografica sul Brunelleschi.

(41) In questa linea il nostro compilatore sbaglia due volte, copiando “Donatello„ invece di “Daniello,„ e “Ruchini„ invece di “Cherichini„. Nello Strozziano e nel Gaddiano questi nomi si trovano scritti esattamente.

(42) Che questa testa di cavallo, passata dai conti Caraffa di Maddaloni nel Museo nazionale di Napoli, sia infatti un lavoro del quattrocento, e non come si credè finora l’avanzo d’una statua antica, si desume da una lettera diretta dal Conte di Maddaloni alli 12 luglio 1471 a Lorenzo de’ Medici per ringraziarlo del dono fattogliene. Essa fu pubblicata dal Semper (Donatello seine Zeit und Schule, Vienna 1875, pag. 309) e poi dal principe Filangieri (Archivio storico delle provincie napoletane, t. VII, pag. 416). Se il nostro, ed anche il codice Strozziano (seguendo ambedue senza dubbio il Libro d’Antonio) in questo luogo accennano a una statua equestre di Alfonso d’Aragona eseguita da Donatello, noi dobbiamo osservare che non solo non si sa assolutamente niente della sua esistenza, ma che lo spoglio diligente degli Archivi Aragonesi, fatto in questi ultimi anni, non ci ha neppure somministrato nessuna notizia da cui si possa inferire che lo scultore fiorentino abbia mai ricevuto la commissione per un tal lavoro.

(43) Non se ne sa più nulla. Di certo non può esser identico colla fonte oggi nella Villa di Castello e già nel secondo cortile del

Arch. Stor. It., 5.a Serie. — VII. 22