Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/390

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
370 il p. vincenzo marchese

tanta fama, ringraziava il Marchese «che ci ha sempre (scriveva) incoraggiati con paterno affetto»1. Ma quei letterati e quegli artisti erano, quasi tutti, di idee e di sentimenti liberali. Il Governo toscano, così bonario e moderato prima del ’49, ma dopo la restaurazione divenuto (forse più per istigazioni straniere che per indole propria) sospettoso e pauroso, credè per un momento di scorgere nel mitissimo Domenicano non so se un settario abilmente mascherato o un Savonarola agitatore ardente; fatto è che gli intimò di lasciare gli stati granducali. Il decreto mosse a riso e a sdegno; forse, a Firenze, più a riso che a sdegno. Il Governo s’accorse presto del passo falso e si affrettò a richiamare il Marchese; il quale però, e perchè aborrente per indole da ogni intrigo e da ogni lotta, e perchè offeso nella sua dignità di cittadino onesto e di sacerdote intemerato, non volle tornare; e dal 1850 visse a Genova, nel convento di S. Maria di Castello. Costituitasi la Società ligure di storia patria, egli ne fu il primo presidente e il 19 febbraio del 1858 ne inaugurò i lavori, parlando2 del metodo e dell’indirizzo degli studi storici con molto criterio, confutando i retori «che avevano in uggia la polvere degli archivi» e mettendo in vista gli intendimenti civili e patriottici della nuova Società. Ma dopo appena un anno, per le continue e dolorose infermità onde fu sempre travagliato, dovè rassegnare l’ufficio; e lo rassegnò con un altro discorso nobilissimo, nel quale rese conto degli importanti lavori compiuti dalla Società il primo anno di vita. Dopo pubblicata nel ’60 la seconda edizione degli Scritti rari, non gli bastarono più oltre le forze per continuare negli studi storici; ma continuò sempre, per quanto potè, a lavorare, e pubblicò pregevoli scritti filosofici e religiosi. Morì serenamente e cristianamente sul finire del gennaio scorso, nella grave età di ottantatrè anni.

«Queste Memorie, le quali narrano i servigi resi dai frati Predicatori alle Arti del disegno nel giro di seicento anni, sono parte di un più vasto lavoro nel quale ci proponevamo di raccontare la storia politica, artistica e letteraria dello stesso

  1. Villari, La istoria di G. S. (ed. del 1887) p. xxxvi.
  2. Il discorso è pubblicato nel Voi. I degli Atti della Società ligure, e in Scritti vari. II, pp. 213 segg.