Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/118

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112 canto


28
     Onde con mesta e flebil voce uscío
espedita e chiarissima favella,
e disse: — Se tu sei cortese e pio,
come dimostri alla presenza bella,
beva questo animal da l’arbor mio:
basti che ’l mio mal proprio mi flagella,
senza altra pena, senza altro dolore
ch’a tormentarmi ancor venga di fuore. —

29
     Al primo suon di quella voce torse
Ruggiero il viso, e subito levosse;
e poi ch’uscir da l’arbore s’accorse,
stupefatto restò piú che mai fosse.
A levarne il destrier subito corse;
e con le guancie di vergogna rosse:
— Qual che tu sii, perdonami (dicea),
o spirto umano, o boschereccia dea.

30
     Il non aver saputo che s’asconda
sotto ruvida scorza umano spirto,
m’ha lasciato turbar la bella fronda
e far ingiuria al tuo vivace mirto:
ma non restar però, che non risponda
chi tu ti sia, ch’in corpo orrido et irto,
con voce e razionale anima vivi;
se da grandine il ciel sempre ti schivi.

31
     E s’ora o mai potrò questo dispetto
con alcun beneficio compensarle,
per quella bella donna ti prometto,
quella che di me tien la miglior parte,
ch’io farò con parole e con effetto,
ch’avrai giusta cagion di me lodarte. —
Come Ruggiero al suo parlar fin diede,
tremò quel mirto da la cima al piede.