Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/142

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136 canto


40
     Ben veduto l’avea su quel cavallo
che reggier non potea, ch’era sfrenato,
scostarsi di lunghissimo intervallo
per sentier periglioso e non usato;
e ben sapea che stava in giuoco e in ballo
e in cibo e in ozio molle e delicato,
né piú memoria avea del suo signore,
né de la donna sua, né del suo onore.

41
     E cosí il fior de li begli anni suoi
in lunga inerzia aver potria consunto
sí gentil cavallier, per dover poi
perdere il corpo e l’anima in un punto;
e quel odor, che sol riman di noi
poscia che’l resto fragile è defunto,
che tra’ l’uom del sepulcro e in vita il serba,
gli saria stato o tronco o svelto in erba.

42
     Ma quella gentil maga, che piú cura
n’avea ch’egli medesmo di se stesso,
pensò di trarlo per via alpestre e dura
alla vera virtú, mal grado d’esso:
come escellente medico, che cura
con ferro e fuoco e con veneno spesso,
che se ben molto da principio offende,
poi giova al fine, e grazia se gli rende.

43
     Ella non gli era facile, e talmente
fattane cieca di superchio amore,
che, come facea Atlante, solamente
a darli vita avesse posto il core.
Quel piú tosto volea che lungamente
vivesse e senza fama e senza onore,
che, con tutta la laude che sia al mondo,
mancasse un anno al suo viver giocondo.