Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/205

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decimo 199


20
     Rimase a dietro il lido e la meschina
Olimpia, che dormí senza destarse,
fin che l’Aurora la gelata brina
da le dorate ruote in terra sparse,
e s’udîr le alcïone alla marina
de l’antico infortunio lamentarse.
Né desta né dormendo, ella la mano
per Bireno abbracciar stese, ma invano.

21
     Nessuno truova: a sé la man ritira:
di nuovo tenta, e pur nessuno truova.
Di qua l’un braccio, e di lá l’altro gira,
or l’una or l’altra gamba; e nulla giova.
Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira:
non vede alcuno. Or giá non scalda e cova
piú le vedove piume, ma si getta
del letto e fuor del padiglione in fretta:

22
     e corre al mar, graffiandosi le gote,
presaga e certa ormai di sua fortuna.
Si straccia i crini, e il petto si percuote,
e va guardando (che splendea la luna)
se veder cosa, fuor che ’l lito, puote;
né, fuor che ’l lito, vede cosa alcuna.
Bireno chiama: e al nome di Bireno
rispondean gli antri che pietá n’avieno.

23
     Quivi surgea nel lito estremo un sasso,
ch’aveano l’onde, col picchiar frequente,
cavo e ridutto a guisa d’arco al basso;
e stava sopra il mar curvo e pendente.
Olimpia in cima vi salí a gran passo
(cosí la facea l’animo possente),
e di lontano le gonfiate vele
vide fuggir del suo signor crudele: