Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/231

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undecimo 225


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— Ingrata damigella, è questo quello
guiderdone (dicea), che tu mi rendi?
che piú tosto involar vogli l’annello,
ch’averlo in don. Perché da me nol prendi?
Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello
e me ti dono, e come vuoi mi spendi;
sol che ’l bel viso tuo non mi nascondi.
Io so, crudel, che m’odi, e non rispondi.—

9
     Cosí dicendo, intorno alla fontana
brancolando n’andava come cieco.
Oh quante volte abbracciò l’aria vana,
sperando la donzella abbracciar seco!
Quella, che s’era giá fatta lontana,
mai non cessò d’andar, che giunse a un speco
che sotto un monte era capace e grande,
dove al bisogno suo trovò vivande.

10
     Quivi un vecchio pastor, che di cavalle
un grande armento avea, facea soggiorno.
Le iumente pascean giú per la valle
le tenere erbe ai freschi rivi intorno.
Di qua di lá da l’antro erano stalle,
dove fuggíano il sol del mezzo giorno.
Angelica quel dí lunga dimora
lá dentro fece, e non fu vista ancora.

11
     E circa il vespro, poi che rifrescossi,
e le fu aviso esser posata assai,
in certi drappi rozzi aviluppossi,
dissimil troppo ai portamenti gai,
che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi
ebbe, e di quante foggie furon mai.
Non le può tor però tanto umil gonna,
che bella non rassembri e nobil donna.