Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/232

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226 canto


12
     Taccia chi loda Fillide, o Neera,
o Amarilli, o Galatea fugace;
che d’esse alcuna sí bella non era,
Titiro e Melibeo, con vostra pace.
La bella donna tra’ fuor de la schiera
de le iumente una che piú le piace.
Allora allora se le fece inante
un pensier di tornarsene in Levante.

13
     Ruggiero intanto, poi ch’ebbe gran pezzo
indarno atteso s’ella si scopriva,
e che s’avide del suo error da sezzo,
che non era vicina e non l’udiva;
dove lasciato avea il cavallo, avezzo
in cielo e in terra, a rimontar veniva:
e ritrovò che s’avea tratto il morso,
e salia in aria a piú libero corso.

14
     Fu grave e mala aggiunta all’altro danno
vedersi anco restar senza l’augello.
Questo, non men che ’l feminile inganno,
gli preme al cor; ma piú che questo e quello,
gli preme e fa sentir noioso affanno
l’aver perduto il prezïoso annello;
per le virtú non tanto ch’in lui sono,
quanto che fu de la sua donna dono.

15
     Oltremodo dolente si ripose
indosso l’arme, e lo scudo alle spalle;
dal mar slungossi, e per le piaggie erbose
prese il camin verso una larga valle,
dove per mezzo all’alte selve ombrose
vide il piú largo e ’l piú segnato calle.
Non molto va, ch’a destra, ove piú folta
è quella selva, un gran strepito ascolta.