Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/237

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undecimo 231


32
     Si tira i remi al petto, e tien le spalle
volte alla parte ove discender vuole;
a guisa che del mare o de la valle
uscendo al lito, il salso granchio suole.
Era ne l’ora che le chiome gialle
la bella Aurora avea spiegate al Sole,
mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso,
non senza sdegno di Titon geloso.

33
     Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto
potria gagliarda man gittare un sasso,
gli pare udire e non udire un pianto;
sí all’orecchie gli vien debole e lasso.
Tutto si volta sul sinistro canto;
e posto gli occhi appresso all’onde al basso,
vede una donna, nuda come nacque,
legata a un tronco; e i piè le bagnan l’acque.

34
     Perché gli è ancor lontana, e perché china
la faccia tien, non ben chi sia discerne.
Tira in fretta ambi i remi, e s’avicina
con gran disio di piú notizia averne.
Ma muggiar sente in questo la marina,
e rimbombar le selve e le caverne:
gonfiansi l’onde; et ecco il mostro appare,
che sotto il petto ha quasi ascoso il mare.

35
     Come d’oscura valle umida ascende
nube di pioggia e di tempesta pregna,
che piú che cieca notte si distende
per tutto ’l mondo, e par che ’l giorno spegna;
cosí nuota la fera, e del mar prende
tanto, che si può dir che tutto il tegna:
fremono l’onde. Orlando in sé raccolto,
la mira altier, né cangia cor né volto.