Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/282

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276 canto


33
     Cosí parlava la gentil donzella;
e spesso con signozzi e con sospiri
interrompea l’angelica favella,
da muovere a pietade aspidi e tiri.
Mentre sua doglia cosí rinovella,
o forse disacerba i suoi martiri,
da venti uomini entrar ne la spelonca,
armati chi di spiedo e chi di ronca.

33
     Il primo d’essi, uom di spietato viso,
ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco:
l’altro, d’un colpo che gli avea reciso
il naso e la mascella, è fatto cieco.
Costui vedendo il cavalliero assiso
con la vergine bella entro allo speco,
volto a’ compagni, disse: — Ecco augel nuovo,
a cui non tesi, e ne la rete il truovo. —

34
     Poi disse al conte: — Uomo non vidi mai
piú commodo di te, né piú oportuno.
Non so se ti se’ apposto, o se lo sai
perché te l’abbia forse detto alcuno,
che sí bell’arme io desiava assai,
e questo tuo leggiadro abito bruno.
Venuto a tempo veramente sei,
per riparare agli bisogni miei. —

35
     Sorrise amaramente, in piè salito,
Orlando, e fe’ risposta al mascalzone:
— Io ti venderò l’arme ad un partito
che non ha mercadante in sua ragione. —
Del fuoco, ch’avea appresso, indi rapito
pien di fuoco e di fumo uno stizzone,
trasse, e percosse il malandrino a caso,
dove confina con le ciglia il naso.