Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/29

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

canto secondo 23


4
     — Tu te ne menti che ladrone io sia
(rispose il Saracin non meno altiero):
chi dicesse a te ladro, lo diria
(quanto io n’odo per fama) piú con vero.
La pruova or si vedrá, chi di noi sia
piú degno de la donna e del destriero;
ben che, quanto a lei, teco io mi convegna
che non è cosa al mondo altra sí degna. —

5
     Come soglion talor duo can mordenti,
o per invidia o per altro odio mossi,
avicinarsi digrignando i denti,
con occhi bieci e piú che bracia rossi;
indi a’ morsi venir, di rabbia ardenti,
con aspri ringhi e ribuffati dossi:
cosí alle spade e dai gridi e da l’onte
venne il Circasso e quel di Chiaramente.

6
     A piedi è l’un, l’altro a cavallo: or quale
credete ch’abbia il Saracin vantaggio?
Né ve n’ha però alcun; che cosí vale
forse ancor men ch’uno inesperto paggio;
che ’l destrier per instinto naturale
non volea fare al suo signore oltraggio:
né con man né con spron potea il Circasso
farlo a voluntá sua muover mai passo.

7
     Quando crede cacciarlo, egli s’arresta;
e se tener lo vuole, o corre o trotta:
poi sotto il petto si caccia la testa,
giuoca di schiene, e mena calci in frotta.
Vedendo il Saracin ch’a domar questa
bestia superba era mal tempo allotta,
ferma le man sul primo arcione e s’alza,
e dal sinistro fianco in piede sbalza.