Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/365

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sestodecimo 359


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     Se donavan gli antiqui una corona
a chi salvasse a un cittadin la vita,
or che degna mercede a voi si dona,
salvando multitudine infinita?
Ma se da invidia o da viltá sí buona
e sí santa opra rimarrá impedita,
credetemi che prese quelle mura,
né Italia né Lamagna anco è sicura;

37
     né qualunque altra parte ove s’adori
quel che volse per noi pender sul legno.
Né voi crediate aver lontani i Mori,
né che pel mar sia forte il vostro regno:
che s’altre volte quelli, uscendo fuori
di Zibeltaro e de l’Erculeo segno,
riportâr prede da l’isole vostre,
che faranno or, s’avran le terre nostre?

38
     Ma quando ancor nessuno onor, nessuno
util v’inanimasse a questa impresa,
commun debito è ben soccorrer l’uno
l’altro, che militián sotto una Chiesa.
Ch’io non vi dia rotti i nemici, alcuno
non sia chi tema, e con poca contesa;
che gente male esperta tutta parmi,
senza possanza, senza cor, senz’armi. —

38
     Potè con queste e con miglior ragioni,
con parlare espedito e chiara voce
eccitar quei magnanimi baroni
Rinaldo, e quello esercito feroce:
e fu, com’è in proverbio, aggiunger sproni
al buon corsier che giá ne va veloce.
Finito il ragionar, fece le schiere
muover pian pian sotto le lor bandiere.