Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/368

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362 canto


48
     Non lo ritien lo scudo, che non entre,
ben che fuor sia d’acciar, dentro di palma;
e che da quel gran corpo uscir pel ventre
non faccia l’inequale e piccola alma.
Il destrier che portar si credea, mentre
durasse il lungo dí, sí grave salma,
riferí in mente sua grazie a Rinaldo,
ch’a quello incontro gli schivò un gran caldo.

49
     Rotta l’asta, Rinaldo il destrier volta
tanto leggier, che fa sembrar ch’abbia ale;
e dove la piú stretta e maggior folta
stiparsi vede, impetuoso assale.
Mena Fusberta sanguinosa in volta,
che fa l’arme parer di vetro frale:
tempra di ferro il suo tagliar non schiva,
che non vada a trovar la carne viva.

50
     Ritrovar poche tempre e pochi ferri
può la tagliente spada, ove s’incappi;
ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri,
giupe trapunte e attorcigliati drappi.
Giusto è ben dunque che Rinaldo atterri
qualunque assale, e fori e squarci e affrappi;
che non piú si difende da sua spada,
ch’erba da falce, o da tempesta biada.

51
     La prima schiera era giá messa in rotta,
quando Zerbin con l’antiguardia arriva.
Il cavallier inanzi alla gran frotta
con la lancia arrestata ne veniva.
La gente sotto il suo pennon condotta,
con non minor fierezza lo seguiva:
tanti lupi parean, tanti leoni
ch’andassero assalir capre o montoni.