Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/114

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108 canto


96
     Tocca avean nel cader la terra a pena,
che furo in piedi e rinovâr l’assalto.
Tagli e punte a furor quivi si mena,
quivi ripara or scudo, or lama, or salto.
Vada la botta vòta o vada piena,
l’aria ne stride e ne risuona in alto.
Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi
mostrar ch’erano saldi piú ch’incudi.

97
     Se de l’aspra donzella il braccio è grave,
né quel del cavallier nimico è lieve.
Ben la misura ugual l’un da l’altro have:
quanto a punto l’un dá, tanto riceve.
Chi vol due fiere audaci anime brave,
cercar piú lá di queste due non deve,
né cercar piú destrezza né piú possa:
che n’han tra lor quanto piú aver si possa.

98
     Le donne, che gran pezzo mirato hanno
continuar tante percosse orrende,
e che nei cavallier segno d’affanno
e di stanchezza ancor non si comprende;
dei duo miglior guerrier lode lor danno,
che sien tra quanto il mar sua braccia estende.
Par lor che, se non fosser piú che forti,
esser dovrian sol del travaglio morti.

99
     Ragionando tra sé, dicea Marfisa:
— Buon fu per me, che costui non si mosse;
ch’andava a risco di restarne uccisa,
se dianzi stato coi compagni fosse,
quando io mi truovo a pena a questa guisa
di potergli star contra alle percosse. —
Cosí dice Marfisa: e tutta volta
non resta di menar la spada in volta.