Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/128

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122 canto


40
     Elbanio disse a lei: — Se di pietade
s’avesse, donna, qui notizia ancora,
come se n’ha per tutt’altre contrade,
dovunque il vago sol luce e colora;
io vi osarei, per vostr’alma beltade
ch’ogn’animo gentil di sé inamora,
chiedervi in don la vita mia, che poi
saria ognor presto a spenderla per voi.

41
     Or quando fuor d’ogni ragion qui sono
privi d’umanitade i cori umani,
non vi domanderò la vita in dono,
che i prieghi miei so ben che sarian vani
ma che da cavalliero, o tristo o buono
ch’io sia, possi morir con l’arme in mani
e non come dannato per giudicio,
o come animal bruto in sacrificio. —

42
     Alessandra gentil, ch’umidi avea,
per la pietá del giovinetto, i rai,
rispose: — Ancor che piú crudele e rea
sia questa terra, ch’altra fosse mai;
non concedo però che qui Medea
ogni femina sia, come tu fai:
e quando ogn’altra cosí fosse ancora,
me sola di tant’altre io vo’ trar fuora.

43
     E se ben per adietro io fossi stata
empia e crudel, come qui sono tante,
dir posso che suggetto ove mostrata
per me fosse pietá, non ebbi avante.
Ma ben sarei di tigre piú arrabbiata,
e piú duro avre’ il cor che di diamante,
se non m’avesse tolto ogni durezza
tua beltá, tuo valor, tua gentilezza.