Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/135

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ventesimo 129


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     Gli duol che gli altri cavallieri ancora
abbia, vincendo, a far sempre captivi;
né piú, quando esso in quel contrasto mora,
potrá giovar che servitú lor schivi:
che se d’un fango ben gli porta fuora,
e poi s’inciampi come all’altro arrivi,
avrá lui senza prò vinto Marfisa;
ch’essi pur ne fien schiavi, et ella uccisa.

69
     Da l’altro canto avea l’acerba etade,
la cortesia e il valor del giovinetto
d’amore intenerito e di pietade
tanto a Marfisa et ai compagni il petto,
che, con morte di lui lor libertade
esser dovendo, avean quasi a dispetto:
e se Marfisa non può far con manco
ch’uccider lui, vuol essa morir anco.

70
     Ella disse a Guidon:—Vientene insieme
con noi, ch’a viva forza usciren quinci. -—
— Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme
di mai piú uscirne, o perdi meco o vinci —
Ella suggiunse: — Il mio cor mai non teme
di non dar fine a cosa che cominci;
né trovar so la piú sicura strada
di quella ove mi sia guida la spada.

71
     Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,
che, s’io son teco, ardisco ad ogn’impresa.
Quando la turba intorno allo steccato
sará domani in sul teatro ascesa,
io vo’ che l’uccidian per ogni lato,
o vada in fuga o cerchi far difesa,
e ch’agli lupi e agli avoltoi del loco
lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. —