Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/169

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ventesimoprimo 163


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     E portò nel cor fisso il suo compagno
che cosí scioccamente ucciso avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
d’una Progne crudel, d’una Medea.
E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo ritenea,
come al sicuro fu, morta l’avrebbe;
ma, quanto piú si puote, in odio l’ebbe.

57
     Non fu da indi in qua rider mai visto:
tutte le sue parole erano meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo;
et era divenuto un nuovo Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che l’ultrice Furie ebbe moleste.
E senza mai cessar, tanto l’afflisse
questo dolor, ch’infermo al letto il fisse.

58
     Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest’altro suo poco sia grata,
muta la fiamma giá d’amore intensa
in odio, in ira ardente et arrabbiata;
né meno è contra al mio fratello accensa,
che fosse contra Argeo la scelerata:
e dispone tra sé levar dal mondo,
come il primo marito, anco il secondo.

59
     Un medico trovò d’inganni pieno,
sufficiente et atto a simil uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gl’infermi di silopo;
e gli promesse, inanzi piú che meno
di quel che domandò, donargli, dopo
ch’avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo signore.