Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/176

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170 canto


8
     Quivi sentendo poi che ’l vecchio Otone
giá molti mesi inanzi era in Parigi,
e che di nuovo quasi ogni barone
avea imitato i suoi degni vestigi;
d’andar subito in Francia si dispone:
e cosí torna al porto di Tamigi,
onde con le vele alte uscendo fuora,
verso Calessio fe’ drizzar la prora.

9
     Un ventolin che leggiermente all’orza
ferendo, avea adescato il legno all’onda,
a poco a poco cresce e si rinforza;
poi vien sí, ch’al nocchier ne soprabonda.
Che li volti la poppa al fine è forza;
se non, gli caccierá sotto la sponda.
Per la schena del mar tien dritto il legno,
e fa camin diverso al suo disegno.

10
     Or corre a destra, or a sinistra mano,
di qua di lá, dove fortuna spinge,
e piglia terra al fin presso a Roano;
e come prima il dolce lito attinge,
fa rimetter la sella a Rabicano,
e tutto s’arma e la spada si cinge.
Prende il camino, et ha seco quel corno
che gli val piú che mille uomini intorno.

11
     E giunse, traversando una foresta,
a piè d’un colle ad una chiara fonte,
ne l’ora che ’l monton di pascer resta,
chiuso in capanna, o sotto un cavo monte.
E dal gran caldo e da la sete infesta
vinto, si trasse l’elmo da la fronte;
legò il destrier tra le piú spesse fronde,
e poi venne per bere alle fresche onde.