Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/20

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14 canto


52
     — La speme (disse il re) mi fa venire,
c’ho di salvarti, e tutti questi teco:
e s’io nol posso far, meglio è morire,
che senza te, mio sol, viver poi cieco.
Come io ci venni, mi potrò partire;
e voi tutt’altri ne verrete meco,
se non avrete, come io non ho avuto,
schivo a pigliare odor d’animal bruto. —

53
     La fraude insegnò a noi, che contra il naso
de l’Orco insegnò a-llui la moglie d’esso;
di vestirci le pelli, in ogni caso
ch’egli ne palpi ne l’uscir del fesso.
Poi che di questo ognun fu persuaso;
quanti de l’un, quanti de l’altro sesso
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi,
quelli che piú fetean, ch’eran piú vecchi.

54
     Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo
che ritroviamo all’intestina intorno,
e de l’orride pelli ci vestimo.
Intanto uscí da l’aureo albergo il giorno.
Alla spelonca, come apparve il primo
raggio del sol, fece il pastor ritorno;
e dando spirto alle sonore canne,
chiamò il suo gregge fuor de le capanne.

55
     Tenea la mano al buco de la tana,
acciò col gregge non uscissin noi:
ci prendea al varco; e quando pelo o lana
sentia sul dosso, ne lasciava poi.
Uomini e donne uscimmo per sí strana
strada, coperti dagl’irsuti cuoi:
e l’Orco alcun di noi mai non ritenne,
fin che con gran timor Lucina venne.