Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/208

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202 canto


36
     Il qual, se sará ver, come tu parli,
che sia sí forte, e piú d’ogn’altro vaglia,
non che il destrier, ma la vettura darli
converrammi, e in suo albitrio fia la taglia.
Che Rodomonte io sono, hai da narrarli,
e che, se pur vorrá meco battaglia,
mi troverá; ch’ovunque io vada o stia,
mi fa sempre apparir la luce mia.

37
     Dovunque io vo, sí gran vestigio resta,
che non lo lascia il fulmine maggiore. —
Cosí dicendo, avea tornate in testa
le redine dorate al corridore:
sopra gli salta; e lacrimosa e mesta
rimane Ippalca, e spinta dal dolore
minaccia Rodomonte e gli dice onta:
non l’ascolta egli, e su pel poggio monta.

38
     Per quella via dove lo guida il nano
per trovar Mandricardo e Doralice,
gli viene Ippalca dietro di lontano,
e lo bestemmia sempre e maledice.
Ciò che di questo avvenne, altrove è piano.
Turpin, che tutta questa istoria dice,
fa qui digresso, e torna in quel paese
dove fu dianzi morto il Maganzese.

39
     Dato avea a pena a quel loco le spalle
la figliuola d’Amon, ch’in fretta giá,
che v’arrivò Zerbin per altro calle
con la fallace vecchia in compagnia:
e giacer vide il corpo ne la valle
del cavallier, che non sa giá chi sia;
ma, come quel ch’era cortese e pio,
ebbe pietá del caso acerbo e rio.