Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/213

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ventesimoterzo 207


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     E fattosegli appresso, domandollo
per che cagione e dove il menin preso.
Levò il dolente cavalliero il collo,
e meglio avendo il paladino inteso,
rispose il vero; e cosí ben narrollo,
che meritò dal conte esser difeso.
Bene avea il conte alle parole scorto
ch’era innocente, e che moriva a torto.

57
     E poi che ’ntese che commesso questo
era dal conte Anselmo d’Altariva,
fu certo ch’era torto manifesto;
ch’altro da quel fellon mai non deriva.
Et oltre a-cciò, l’uno era all’altro infesto
per l’antiquissimo odio che bolliva
tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte;
e tra lor eran morti e danni et onte.

58
     — Slegate il cavallier (gridò), canaglia,
(il conte a’ masnadieri), o ch’io v’uccido.—
— Chi è costui che sí gran colpi taglia?
(rispose un che parer volle il piú fido).
Se di cera noi fussimo o di paglia,
e di fuoco egli, assai fòra quel grido. —
E venne contra il paladin di Francia:
Orlando contra lui chinò la lancia.

59
     La lucente armatura il Maganzese,
che levata la notte avea a Zerbino,
e postasela indosso, non difese
contro l’aspro incontrar del paladino.
Sopra la destra guancia il ferro prese:
l’elmo non passò giá, perch’era fino;
ma tanto fu de la percossa il crollo,
che la vita gli tolse e roppe il collo.