Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/308

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302 canto


80
     So scudo e lancia adoperare anch’io,
e piú d’un cavalliero in terra ho posto. —
— Datemi l’arme, disse, e il destrier mio, —
agli scudier che l’ubbidiron tosto.
Trasse la gonna, et in farsetto uscio;
e le belle fattezze e il ben disposto
corpo mostrò, ch’in ciascuna sua parte,
fuor che nel viso, assimigliava a Marte.

81
     Poi che fu armata, la spada si cinse
e sul destrier montò d’un leggier salto;
e qua e lá tre volte e piú lo spinse,
e quinci e quindi fe’ girare in alto;
e poi, sfidando il Saracino, strinse
la grossa lancia e cominciò l’assalto.
Tal nel campo troian Pentesilea
contra il tessalo Achille esser dovea.

82
     Le lance infin al calce si fiaccaro
a quel superbo scontro, come vetro;
né però chi le corsero, piegaro,
che si notasse, un dito solo a dietro.
Marfisa che volea conoscer chiaro
s’a piú stretta battaglia simil metro
le serverebbe contra il fier pagano,
se gli rivolse con la spada in mano.

83
     Bestemmiò il cielo e gli elementi il crudo
pagan, poi che restar la vide in sella:
ella, che gli pensò romper lo scudo,
non men sdegnosa contra il ciel favella.
Giá l’uno e l’altro ha in mano il ferro nudo,
e su le fatal arme si martella:
l’arme fatali han parimente intorno,
che mai non bisognar piú di quel giorno.