Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/332

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326 canto


36
     Come servo fedel, che piú d’amore
che di memoria abondi, e che s’aveggia
aver messo in oblio cosa ch’a core
quanto la vita e l’anima aver deggia,
studia con fretta d’emendar l’errore,
né vuol che prima il suo signor lo veggia;
cosí l’angelo a Dio salir non volse,
se de l’obligo prima non si sciolse.

37
     Al monister, dove altre volte avea
la Discordia veduta, drizzò l’ali.
Trovolla ch’in capitulo sedea
a nuova elezïon degli ufficiali;
e di veder diletto si prendea,
volar pel capo a’ frati i breviali.
Le man le pose l’angelo nel crine,
e pugna e calci le diè senza fine.

38
     Indi le roppe un manico di croce
per la testa, pel dosso e per le braccia.
Mercé grida la misera a gran voce,
e le genocchia al divin nunzio abbraccia.
Michel non l’abandona, che veloce
nel campo del re d’Africa la caccia;
e poi le dice: — Aspettati aver peggio,
se fuor di questo campo piú ti veggio. —

39
     Come che la Discordia avesse rotto
tutto il dosso e le braccia, pur temendo
un’altra volta ritrovarsi sotto
a quei gran colpi, a quel furor tremendo,
corre a pigliare i mantici di botto,
et agli accesi fuochi esca aggiungendo,
et accendendone altri, fa salire
da molti cori un alto incendio d’ire.