Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/350

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344 canto


108
     Ma poi che l’usata ira cacciò quella
vergogna che gli avea la faccia tinta,
ingiusta e falsa la sentenzia appella;
e la spada impugnando, ch’egli ha cinta,
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch’ella
gli dia perduta questa causa o vinta,
e non l’arbitrio di femina lieve
che sempre inchina a quel che men far deve.

109
     Di nuovo Mandricardo era risorto,
dicendo:— Vada pur come ti pare: —
sí che prima che ’l legno entrasse in porto,
v’era a solcare un gran spazio di mare:
se non che ’l re Agramante diede torto
a Rodomonte, che non può chiamare
piú Mandricardo per quella querela;
e fe’ cadere a quel furor la vela.

110
     Or Rodomonte che notar si vede
dinanzi a quei signor di doppio scorno,
dal suo re, a cui per riverenzia cede,
e da la donna sua, tutto in un giorno,
quivi non volse piú fermare il piede;
e de la molta turba ch’avea intorno
seco non tolse piú che duo sergenti,
et uscí dei moreschi alloggiamenti.

110
     Come, partendo, afflitto tauro suole,
che la giuvenca al vincitor cesso abbia,
cercar le selve e le rive piú sole
lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;
dove muggir non cessa all’ombra e al sole,
né però scema l’amorosa rabbia:
cosí sen va di gran dolor confuso
il re d’Algier da la sua donna escluso.