Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/364

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358 canto


20
     Non potria fare altri il bisogno mio:
né dubitar, ch’io sarò tosto teco.—
Voltò il ronzin di trotto, e disse a Dio;
né de’ famigli suoi volse alcun seco.
Giá cominciava, quando passò il rio,
dinanzi al sole a fuggir l’aer cieco.
Smonta in casa, va al letto, e la consorte
quivi ritrova addormentata forte.

21
     La cortina levò senza far motto,
e vide quel che men veder credea:
che la sua casta e fedel moglie, sotto
la coltre, in braccio a un giovene giacea.
Riconobbe l’adultero di botto,
per la pratica lunga che n’avea;
ch’era de la famiglia sua un garzone,
allevato da lui, d’umil nazione.

22
     S’attonito restasse e malcontento,
meglio è pensarlo e farne fede altrui,
ch’esserne mai per far l’esperimento
che con suo gran dolor ne fe’ costui.
Da lo sdegno assalito, ebbe talento
di trar la spada e uccidergli ambedui:
ma da l’amor che porta, al suo dispetto,
all’ingrata moglier, gli fu interdetto.

23
     Né lo lasciò questo ribaldo Amore
(vedi se sí l’avea fatto vasallo)
destarla pur, per non le dar dolore
che fosse da lui colta in sí gran fallo.
Quanto potè piú tacito uscí fuore,
scese le scale, e rimontò a cavallo;
e punto egli d’amor, cosí lo punse,
ch’all’albergo non fu, che ’l fratel giunse.