Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/367

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ventesimottavo 361


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     Le stanze sue, che sono appresso al tetto
l’ultime, inanzi hanno una sala antica.
Quivi solingo (perché ogni diletto,
perch’ogni compagnia prova nimica)
si ritraea, sempre aggiungendo al petto
di piú gravi pensier nuova fatica:
e trovò quivi (or chi lo crederia?)
chi lo sanò de la sua piaga ria.

33
     In capo de la sala, ove è piú scuro
(che non vi s’usa le finestre aprire),
vede che ’l palco mal si giunge al muro,
e fa d’aria piú chiara un raggio uscire.
Fon l’occhio quindi, e vede quel che duro
a creder fòra a chi l’udisse dire:
non l’ode egli d’altrui, ma se lo vede;
et anco agli occhi suoi proprii non crede.

34
     Quindi scopria de la regina tutta
la piú secreta stanza e la piú bella,
ove persona non verria introdutta,
se per molto fedel non l’avesse ella.
Quindi mirando vide in strana lutta
ch’un nano aviticchiato era con quella:
et era quel piccin stato sí dotto,
che la regina avea messa di sotto.

35
     Attonito Iocondo e stupefatto,
e credendo sognarsi, un pezzo stette:
e quando vide pur che gli era in fatto
e non in sogno, a se stesso credette.
— A uno sgrignuto mostro e contrafatto
dunque (disse) costei si sottomette,
che ’l maggior re del mondo ha per marito,
piú bello e piú cortese? oh che appetito! —