Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/368

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362 canto


36
     E de la moglie sua, che cosí spesso
piú d’ogn’altra biasmava, ricordosse,
perché ’l ragazzo s’avea tolto appresso:
et or gli parve che escusabil fosse.
Non era colpa sua piú che del sesso,
che d’un solo uomo mai non contentosse:
e s’han tutte una macchia d’uno inchiostro,
almen la sua non s’avea tolto un mostro.

37
     Il dí seguente, alla medesima ora,
al medesimo loco fa ritorno;
e la regina e il nano vede ancora,
che fanno al re pur il medesmo scorno.
Trova l’altro di ancor che si lavora,
e l’altro; e al fin non si fa festa giorno:
e la regina (che gli par piú strano)
sempre si duol che poco l’ami il nano.

33
     Stette fra gli altri un giorno a veder, ch’ella
era turbata e in gran malenconia,
che due volte chiamar per la donzella
il nano fatto avea, n’ancor venia.
Mandò la terza volta, et udí quella,
che: — Madonna, egli giuoca (riferia);
e per non stare in perdita d’un soldo,
a voi niega venire il manigoldo. —

39
     A sí strano spettacolo Iocondo
raserena la fronte e gli occhi e il viso;
e quale in nome, diventò giocondo
d’effetto ancora, e tornò il pianto in riso.
Allegro torna e grasso e rubicondo,
che sembra un cherubin del paradiso;
che ’l re, il fratello e tutta la famiglia
di tal mutazion si maraviglia.