Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/399

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ventesimonono 393


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     a quella guisa che veggian talora
farsi d’uno aeron, farsi d’un pollo,
quando si vuol de le calde interiora
che falcone o ch’astor resti satollo.
Quanto è bene accaduto che non muora
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo!
ch’ad altri poi questo miracol disse,
sí che l’udí Turpino, e a noi lo scrisse.

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     E queste et altre assai cose stupende
fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alla terra di Spagna;
e lungo la marina il camin prende,
ch’intorno a Taracona il lito bagna:
e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno albergo in quella arena,

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     dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando cosí, gli venne a caso sopra
Angelica la bella e il suo marito,
ch’eran (sí come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su l’ispano lito.
A men d’un braccio ella gli giunse appresso,
perché non s’era accorta ancora d’esso.

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     Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo è diverso da quel ch’esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,
è sempre andato nudo all’ombra e al sole:
se fosse nato all’aprica Siene,
o dove Aminone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver piú arsiccia.