Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/408

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402 canto


16
     Lasciamo il paladin ch’errando vada:
ben di parlar di lui tornerá tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch’uscí di man del pazzo a tempo;
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de l’India a Medor desse lo scettro,
forse altri canterá con miglior plettro.

17
     Io sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir piú questa non mi cale.
Volger convienimi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
poscia che se n’è Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.

18
     De la sentenzia Mandricardo altiero,
ch’in suo favor la bella donna diede,
non può fruir tutto il diletto intero;
che contra lui son altre liti in piede.
L’una gli muove il giovene Ruggiero,
perché l’aquila bianca non gli cede;
l’altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.

19
     S’affatica Agramante, né disciorre,
né Marsilio con lui, sa questo intrico:
né solamente non li può disporre
che voglia l’un de l’altro essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo tòrre
lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.