Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/412

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406 canto


32
     — Lassa! (dicea) che ritrovar poss’io
rimedio mai ch’a riposar mi vaglia,
s’or contra questo, or quel, nuovo disio
vi trarrá sempre a vestir piastra e maglia?
C’ha potuto giovare al petto mio
il gaudio che sia spenta la battaglia
per me da voi contra quell’altro presa,
se un’altra non minor se n’è giá accesa?

33
     Ohimè! ch’invano i’ me n’andava altiera
ch’un re si degno, un cavallier sí forte
per me volesse in perigliosa e fiera
battaglia porsi al risco de la morte;
ch’or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi alla medesma sorte.
Fu natural ferocitá di core
ch’a quella v’instigò, piú che ’l mio amore.

34
     Ma se gli è ver che ’l vostro amor sia quello
che vi sforzate di mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi percuote l’alma e che m’accora,
che non vi caglia se ’l candido augello
ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so ch’importi,
che lasci quella insegna o che la porti.

35
     Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia può, che per far sete:
quando abbiate a Ruggier l’aquila tolta,
poca mercé d’un gran travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non però nel crin presa tenete),
causate un danno, ch’a pensarvi solo
mi sento il petto giá sparrar di duolo.