Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/407

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nota 401

grammatici, liberandosi una volta per tutte dal tedio di ritoccare o rifar versi che a suo giudizio son buoni. Quanto agli errori di stampa, ne raddrizza una mezza dozzina, ma son tanti, che, come giá in A, ancor qui trova piú comodo dire al Lettore che se la sbrighi da sé.

Intanto, mentre il Furioso continua a ristamparsi scorrettissimo, il Poeta con assidua cura si riguarda il suo bel lavoro, vagheggia e compone nuovi episodi, e consulta «molti belli ed eccellenti ingegni d’Italia, per averne il lor giudizio»1, e rivede il dettato consultando le Prose del Bembo (1a ediz., 1525). Le correzioni si moltiplicano: ogni stanza, ogni verso è ritoccato. Nuovi svolgimenti ed amplissime scene entrano nel grande quadro. E gli anni trascorrono. Se nel ’28 messer Ludovico s’illude d’essere vicino al desiderato porto, e scrive a Venezia che gli rinnovi vecchi privilegi, dovrá ancora passar del tempo, e parecchio, prima che gli sia data questa grande consolazione2. Il 23 febbraio del ’31 può finalmente scrivere al Bembo: «io son per finir di riveder il mio Furioso: poi verrò a Padova per conferire con V. S., e imparare da lei quello che per me non sono atto a conoscere»3.

L’anno seguente s’inizia la stampa, essendo giunte nel febbraio da Salò 400 risme di carta. Il Poeta consegna allo stampatore, che fu Francesco Rosso da Valenza4, una copia di B tutta tempestata di correzioni5; e poiché i margini non bastavano davvero alle numerose aggiunte (si tratta di oltre settecento ottave!), in quaderni a parte i complementi. Nel marzo è cosí intento alla revisione delle prove, che ad altro non attende6.

  1. G. Giraldi, Dei Romanzi, in Scritti estetici, ed. Daelli, I, 141.
  2. Lettere di L. Ariosto, ed. Cappelli, Milano, 1887, p. 279 e cfr. p. 353.
  3. Lettere, p. 282. Si allude certo a dubbi grammaticali. Riconoscente dei consigli, l’Ariosto ricorderá nell’ultimo Furioso Pietro Bembo come un maestro, come colui

              che ’l puro e dolce idioma nostro,
              levato fuor del volgare uso tetro,
              quale esser dee, ci ha col suo esempio mostro (XLVI 15).

  4. Sulla sua attivitá: L. N. Cittadella, La stampa in Ferrara, Torino, 1873, p. 25.
  5. Molti errori di stampa ch’erano in B si ripetono in C: affato BC IV 5, 7; nascere BC XV (XVII C) 2, 4; meton BC 10, 4: inante BC XXI (XXIII C) 23, 6; speme BC XXXVIII (XLII C) 34, 1 ecc.
  6. Lettere, pp. 290-1.