Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/41

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canto trentesimoquarto 35


 4
     Il paladin col suono orribil venne
le brutte arpie cacciando in fuga e in rotta,
tanto ch’a piè d’un monte si ritenne,
ove esse erano entrate in una grotta.
L’orecchie attente allo spiraglio tenne,
e l’aria ne sentí percossa e rotta
da pianti e d’urli e da lamento eterno:
segno evidente quivi esser lo ’nferno.

 5
     Astolfo si pensò d’entrarvi dentro,
e veder quei c’hanno perduto il giorno,
e penetrar la terra fin al centro,
e le bolgie infernal cercare intorno.
— Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro,
che mi posso aiutar sempre col corno?
Farò fuggir Plutone e Satanasso,
e ’l can trifauce leverò dal passo. —

 6
     De l’alato destrier presto discese,
e lo lasciò legato a un arbuscello:
poi si calò ne l’antro, e prima prese
il corno, avendo ogni sua speme in quello.
Non andò molto inanzi, che gli offese
il naso e gli occhi un fumo oscuro e fello,
piú che di pece grave e che di zolfo:
non sta d’andar per questo inanzi Astolfo.

 7
     Ma quanto va piú inanzi, piú s’ingrossa
il fumo e la caligine, e gli pare
ch’andare inanzi piú troppo non possa;
che sará forza a dietro ritornare.
Ecco, non sa che sia, vede far mossa
da la volta di sopra, come fare
il cadavero appeso al vento suole,
che molti di sia stato all’acqua e al sole.