Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/50

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44 canto


 40
     Né potendo venire al primo intento,
vengone ad un di non minore effetto:
gli fo quei tutti ingiuriar, ch’io sento
che per lui sono, e a tutti in odio il metto.
Egli che non sentia maggior contento
che d’ubbidirmi, senza alcun rispetto
le mani ai cenni miei sempre avea pronte,
senza guardare un piú d’un altro in fronte.

 41
     Poi che mi fu, per questo mezzo, aviso
spento aver del mio padre ogni nimico,
e per lui stesso Alceste aver conquiso,
che non si avea, per noi, lasciato amico;
quel ch’io gli avea con simulato viso
celato fin allor, chiaro gli esplico:
che grave e capitale odio gli porto,
e pur tuttavia cerco che sia morto.

 42
     Considerando poi, s’io lo facessi,
ch’in publica ignominia ne verrei
(sapeasi troppo quanto io gli dovessi,
e crudel detta sempre ne sarei),
mi parve fare assai ch’io gli togliessi
di mai venir piú inanzi agli occhi miei.
Né veder né parlar mai piú gli volsi,
né messo udi’, né lettera ne tolsi.

 43
     Questa mia ingratitudine gli diede
tanto martir, ch’al fin dal dolor vinto,
e dopo un lungo domandar mercede,
infermo cadde, e ne rimase estinto.
Per pena ch’al fallir mio si richiede,
or gli occhi ho lacrimosi, e il viso tinto
del negro fumo: e cosí avrò in eterno;
che nulla redenzione è ne l’inferno. —