Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/52

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46 canto


 48
     Poi monta il volatore, e in aria s’alza
per giunger di quel monte in su la cima,
che non lontan con la superna balza
dal cerchio de la luna esser si stima.
Tanto è il desir che di veder lo ’ncalza,
ch’al cielo aspira, e la terra non stima.
De l’aria piú e piú sempre guadagna,
tanto ch’al giogo va de la montagna.

 49
     Zafir, rubini, oro, topazi e perle,
e diamanti e crisoliti e iacinti
potriano i fiori assimigliar, che per le
liete piaggie v’avea l’aura dipinti:
sí verdi l’erbe, che possendo averle
qua giú, ne fòran gli smeraldi vinti;
né men belle degli arbori le frondi,
e di frutti e di fior sempre fecondi.

 50
     Cantan fra i rami gli augelletti vaghi
azzurri e bianchi e verdi e rossi e gialli.
Murmuranti ruscelli e cheti laghi
di limpidezza vincono i cristalli.
Una dolce aura che ti par che vaghi
a un modo sempre e dal suo stil non falli,
facea sí l’aria tremolar d’intorno,
che non potea noiar calor del giorno:

 51
     e quella ai fiori, ai pomi e alla verzura
gli odor diversi depredando giva,
e di tutti faceva una mistura
che di soavitá l’alma notriva.
Surgea un palazzo in mezzo alla pianura,
ch’acceso esser parea di fiamma viva:
tanto splendore intorno e tanto lume
raggiava, fuor d’ogni mortal costume.