Pagina:Ariosto-Op.minori.1-(1857).djvu/66

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canto secondo. 37


35 Ed ecco un’altra volta che ’l ciel tuona
Da un’altra parte, e tutto arde di lampi,
Sì che ogni speme i miseri abbandona
Di poter frutto côr delli lor campi.
E così avvien ch’una novella buona
Mai più di venti o trenta dì non campi,
Perchè vien dietro un’altra che l’uccide;
E piangerà doman l’uom ch’oggi ride.

36 Per le cittadi uomini e donne errando,
Con visi bassi e d’allegrezza spenti,
Andavan taciturni sospirando,
Nè si sentíano ancor chiari lamenti:
Qual nelle case attonite avvien, quando
Mariti o figli o più cari parenti
Si veggon travagliar nell’ore estreme,
Che infinito è il timor, poca è la speme.

37 E quella poca pur spegnere il gelo
Vuol della tema, e dentro il cor si caccia:
Ma come può d’un picciolin candelo
Fuoco scaldar dov’alta neve agghiaccia?
Chi leva a Dio, chi leva a’ Santi in cielo
Le palme giunte e la smarrita faccia,
Pregandoli che, senza più martire,
Basti il passato a disfogar lor ire.

38 Come che il popol timido per tema
Disperi, e perda il côre e venga manco,
Nel magnanimo Carlo non iscema
L’ardir, ma cresce, e nei Paladini anco:
Chè la virtù di grande fa suprema,
Quanto travaglia più l’animo franco;
E gloria ed immortal fama ne nasce,
Che me’ d’ogni altro cibo il guerrier pasce.

39 Carlo, a chi ritrovar difficilmente,
La terra e ’l mar cercando a parte a parte,
Si potría par di santa e buona mente,
E d’ogni finzïon netta e d’ogni arte
(E lascio ancor ch’oltre l’età presente
Volghi l’antiche e più famose carte);
A Dio raccomandò sè, i figli e ’l stato,
Nè più curò ch’esser di fede armato.

40 Nè men saggio che buono, poi che avuto
Ebbe ricorso alla Maggior possanza,

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