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| 294 | ARS ET LABOR |
Florimo, ancora giovane; fra breve lo rivedremo vecchio, nelle caricature di venticinque anni dopo, e parleremo ancora di lui. Ora
10.
egli viene ad offrire a Verdi un dono piezioso: il manoscritto autografo del Miserere di Leonardo Leo, come si giunge a leggete
sulla copertina.
Ed eccovi Saverio Mercadante, il quale dovette andare anche lui (per politica, come si diceva allora) a riverire l’emulo che esecrava. Fra poco lo ritroveremo, nelle tavole consecutive, assai meglio ritratto (16).
Seguono i maestri del pennello. Filippo Palizzi (17), l’immortale animalista, per far cosa grata all’amico Verdi, eterna sulla tela Lulù: il cane «Tenore». E Domenico Morelli è tutto dedito a compiere quella che fu tra le sue tele più celebrate: il ritratto di Verdi, il quale non sembra si diverta molto a posare davanti a lui (18).
Ma a quel briccone di Dèlfico non bastò questa sola caricatura; per eternare, allegramente, l’avvenimento memorabile, ne volle fare un’altra, quando il ritratto del Morelli fu compiuto; ed a mio parere, egli superò sè stesso.
Bisogna vi dica che, a Napoli, quando in un ritratto la somiglianza è
perfetta, si suole encomiare così il pittore: «l’ha tagliata ’a capa» (alludendo all’originale): poche espressioni più efficaci di codesta. Ecco il tema felicissimo della stupenda caricatura (19).
11.
Armato dello stocco, Domenico Morelli taglia la testa all’amico suo, e, nella sinistra, ha già pronta la cornice per inquadrarvela. Verdi già s’irrigidisce; ed all’orrendo spettacolo si ribella financo «Lulù»!
Nè Dèlfico dimenticò chi, in quel tempo, a Napoli, si ficcava dappertutto e nessuno avvenimento poteva compiersi senza di lui: il cavaliere Raspantini, anch’egli amicissimo di Verdi (20). Guardatelo.... oh, non vi sembra egli il tipo arcigno del banchiere inglese?