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CALAMINE E BLENDE IN VALLE SERIANA
La valle Seriana è, se non delle più pittoresche, certo delle più industriose d’Italia. La natura v’è bella, ma mitemente bella, come una modesta e sana figlia di famiglia. Nessun nervosismo di panorama, nessun convulsionismo vulcanico o dolomitico; non spasmi di chiaroscuri violenti, non perversità di orridi affascinanti, non cime civette ed intangibili. Si arriva con le proprie gambe, anche se digiune di alpinismo, dappertutto, sulle vette e nei fondi, e l’occhio può con piena serenità spaziare d’ogni intorno.
Le rive del fiume, limpido e sonoro, son vive di officine molteplici ed attivissime, donde traggono prosperità di lavoro perenne e di scambi inesauribili i bei paeselli che si distendono sui colli circostanti. Il frastuono delle macchine si unisce al gorgogliare delle acque, che l’uomo ha strappate al loro alveo per alimentare turbine e muovere congegni d’ogni maniera; i campi di granturco fraternizzano con i piazzali di carico e scarico, gli abeti delle alture impigliano, allo sguardo, i rami fronzuti e penduli al fumo degli altissimi fumaioli.
La popolazione della valle Seriana è, per questo stato di cose, forzatamente mista. All’antico contadino, già signore incontrastato del luogo, oggi si unisce l’operaio, nuovo venuto e pure importantissimo fattore economico; il lavoratore della terra dà di gomito al lavoratore della fabbrica, la vanga sta accanto al telaio, donne ed uomini escono dalle loro case, ove per secoli e secoli vegetarono nella oscurità morale di una vita senza orizzonte e nella quasi completa miseria materiale, e lindi e gai e sanamente cibati, scendono a frotte dai clivi abitati e dalle casette disperse al suono stridulo delle sirene. Sulla loro tavola, già deserta di tanta grazia di Dio, non manca il bicchiere di vino, il pane bianco ed il pezzo di carne, quotidiani: nei giorni di festa le ragazze ed i giovanotti indossano abiti comprati a Bergamo e gli zoccoli e gli scialli antichi sono lasciati alle nonne, che guardano tutte queste profondissime novità con occhio fra incredulo e scontento.
Certo, i laudatori del tempo passato non mancano in questa valle, pur così patentemente beneficata dal lavoro industriale, come non mancano in qualsiasi altro luogo. Ma è fatale che le querimonie sien vane, quando gli avvenimenti sono ancora più fatali.
È certo che tutta la valle Seriana, da Bergamo al Giogo di Castione ed a Bondione è rinata a nuovo benessere dopo che l’industria con le sue attività potenti l’ha destata dal letargo secolare. Il piccolo treno, che parte da Bergamo, se ne va, scodinzolando come un lucertolone, nel cavo ampio della valle. Accanto alle rotaie, il Serio corre fragoroso e nitidissimo, allungando a destra ed a manca strane propaggine d’acque — tirate in alto, cadenti a scrosci, filanti in canali, serrate da saracinesche, battute da ruote — sempre candide ma subitamente lamentose.
Sfilano i paesi raggruppati sulle prossime radici
LA PALAZZINA DELL’AMMINISTRAZIONE.
dei monti e sfilano gli opifici industriali piatti, giù lungo il fiume — cotonifici, mulini, forni di cementi e calci idrauliche, cartiere, fonderie. Alte ciminiere fumano, visceri di opifici rombano rumori sordi e ritmici... ed il piccolo treno se ne va, scodinzolando, sibilando ad ogni poco dinanzi le stazioncine, ove sale e scende uno strano miscuglio viaggiante: montanari, villeggianti, operai, tecnici, industriali, turisti.
Il bel cielo prealpino è traversato di grossi fili metallici, i fianchi dei monti sono feriti da robusti pali, riuniti in lunga collana dai fili. A Nembro,