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MELCHIORRE DÈLFICO
III.
Il caricaturista degli artisti
suoi contemporanei.
Dèlfico, musicista, così pieno di speranze nell’immortalità, che credeva dovesse raggiungere co’ suoi melodrammi, si divertiva a perseguitare, con la matita satirica, i suoi colleghi del pentagramma e del pennello.
Talvolta, scegliendo tra gli operisti i suoi soggetti, raggiungeva un’elevatezza d’arte che nessuno tra i caricaturisti italiani, io credo,
abbia mai raggiunta.
1. Guardate codesto Saverio Mercadante, e non mi taccerete d’esagerazione. In esso tutto è maraviglioso: dalla trovata comica all’esecuzione; dalla sorprendente somiglianza alle linee fisiche e morali, vorrei dire, all’espressione del pensiero. Più che caricatura, è intuizione d’un temperamento, codesta. L’autore degli Orazi è seduto sull’ammasso de’ suoi spartiti, e col sorriso superbamente beffardo, tanto caratteristico, quando paragonava i melodrammi degli altri ai propri, arrotondisce la bocca per emettere una delle sue apostrofi schiaccianti.
Oh, quanto ha da sembrar più vivo e vero, in questa caricatura, di quello che non sembra nella statua di Tommaso Solari, consacratagli
a Napoli, sotto della quale, Antonio Ranieri — l’amico di Giacomo Leopardi — scrisse una delle più infelici epigrafi che mai monumento abbia sopportato!
2. Ed ecco un altro operista napoletano; nel quale se la forma fosse stata pari all’idea, non si ricorderebbero, di lui, soltanto Jone e Le Precauzioni: Errico Petrella. Osservate l’espressione farraginosa (vorrei dire) ed esaltata nella faccia grossa, enfiata, d’apoplettico.
Quella che egli è intento a raccogliere nel cappello, è pioggia d’inviti, non già turbine, come nella caricatura del Verdi giovane. Ma quanto assomigliante all’originale, ch’io ricordo al tempo della mia infanzia, per via To-