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Come una enorme parentesi della natura furibonda, ha testé paralizzato il movimento politico del mondo civile. La chiusura pacifica della Conferenza di Algesiras è stata sopraffatta dalla impressione spaventosa della eruzione del Vesuvio. La obliterazione del fantasma d’una guerra eventuale franco-tedesca per la relativa preponderanza nel Marocco, è passata in seconda linea, causa la immane catastrofe di Ottaiano e d’altre terre circumveseviche. Una sola, tra le più eccelse e più discusse personalità del mondo moderno, ci fu la quale abbia — sull’abbinamento del concluso d’Algesiras e delle furie del Vulcano partenopeo — trovato — nè con mano felice! — fissato, ed espresso il
tema delle sue lamentele. Guglielmo II, imperatore di Germania, non si è arrestato a mandare le sue felicitazioni solenni all’alleata Austria, per quanto essa fece a prò della Germania, nel convegno internazionale, testé scioltosi sulle Cantabre prode — felicitazioni che avevano per obbiettivo diretto una somma di objurgazioni e di rimproveri contro
l’altra alleata — presunta infedele — cioè l’Italia: ma, per
girandò finale, Guglielmo II si fece uno speciale dovere, di non accorrere — come fu sempre costume suo — in aiuto confortatore pronto, di parole e di opere — dell’Italia, abbattuta dalla tremenda sventura. Ma per contrario, si indugiò nella più ostentata inerzia nei rapporti della sua ufficiale ed effettiva misericordia. E così avvenne che il capo della Germania ed il suo governo, furono gli ultimi fra i Potentati e le Cancellerie di Europa — affermanti la loro solidarietà nel lutto con noi. E quando da ogni grado del meridiano, al di qua e al di là della linea, i compianti
e gli ausilii morali e materiali pervenivano, in frotta, alla patria nostra — dove il flagello della lava spremeva e spreme nuove lagrime, mentre non ancora sono rasciugate quelle sparse dalle disgraziate Calabrie pervase dalle tetaniche convulsioni dell’ultimo terremoto.
Ebbene — unico — solitario — l’imperiale marchese del Brandeburgo — tacque fra il coro dei dolenti cosmopoliti. Ed a noi italiani, ascrisse a colpa di lesa alleanza, il contegno del nostro illustre patriota e delegato Emilio Visconti-Venosta, che con senno pari all’altezza del compito suo, lavorò all’interesse della pace universale e degli interessi nostri nel bacino del Mediterraneo. Tacque Guglielmo II, il vecchio e sentimentale amico nostro, mentre da dovunque ci arrivava l’eco dolce e benedetta dell’unanime cordoglio. Tacque — e solo tardivamente e con serotino intervento, fece udire la parola del suo governo, acaccompagnata da una regolamentare offerta. E fra noi, dall’Alpe ai due mari, fu doloroso lo stupore che ne sorse. E non si capì — perchè non lo si poteva — codesta fusione, o confusione, della politica coll’umanesimo. E ci toccò sostenere l’impeto — non equo — di buona parte della stampa tedesca, che romanzescamente inventò un casus foederis — dove nemmeno ne esisteva l’ombra — e quasi denunciava la fine della “Triplice„ — accusandoci, con una leggerezza punto germanica, d’esserci, noi italiani, sottratti in Algesiras, ai nostri obblighi di firmatarii del Trattato di Berlino!...
Certo è che a quest’ora — tanto in Italia quanto in Allemagna, la calma va rientrando negli spiriti commossi. Il buon senso riprende i suoi diritti. Le nubi sparvero.
Spariranno anche le nubecole. E Guglielmo II sarà il primo a comprendere di avere trasbordato dai confini di una acredine, sino ad un certo punto, spiegabile. La flogosi dell’anima sua eccitabilissima, a quest’ora avrà ceduto di fronte alla giusta valutazione di ciò che è positivo. E se i reliquati di codesta agitazione infondata esigeranno ancora un certo tempo prima di essere completamente dimenticati — non per questo si può affermare che l’atmosfera sia ritornata limpida e serena come sempre fu. Per fortuna che l’Italia, il suo re, il suo popolo ed il governo battono la strada maestra dell’onestà e del dovere. E tengono e terranno scrupolosamente fede ai loro patti ed ai loro impegni. Ed il tempo, che è un gran galantuomo, proverà una volta di più al Sire di Hohenzollern, che la fede italica, nulla ha di comune colla punica fides, che Roma gloriosa rimproverava duemila anni fa a Cartagine emula sua...
⁂
È — ripeto — la natura bruta, che nel dolce aprile — si sovrappone - terrificante tiranna — alla politica militante. — Sono difatti grida di dolore, quelle che risuonano dai grandi bacini minerari della Francia industriale. Gli orrori di Courrières e quelli di Lens, hanno prodotti i fatti di Lorient, di Valenciennes e di Havelhruy. La lotta — una autentica lotta a coltello - oramai è dichiarata fra il Governo democratico e il proletariato operaio, il quale predica ed eseguisce la resistenza ad oltranza ad ogni iniziativa conciliazionista avanzata dal governo. Sventuratamente, in Francia, come un po’ dovunque, gli energumeni dell’anarchia, gli epilettici del sindacalismo, i catastrofici della rivoluzione, non vogliono comprendere che in qualunque consorzio di vita civile in comune, non può mancare l’ente collettivo, il quale si giova del consenso di tutti i cittadini, per la organizzazione dei diritti e dei doveri della libertà generale. Quella gente non capisce null’altro che la violenza. — La barricata e la strage. Ma ciò è oggi del Feuerbach e del Fourrier — in arretrato di cinquant’anni. — La violenza e l’assurdo non sono che piaghe transitorie. La catalessi è di sua natura, limitata a puri e brevi accessi. Per l’abito suo psicologico, la Francia ha sempre avute dolorose predisposizioni a cosifatti attacchi. Ma nemmeno per questo bisogna disperare. E se, da un lato, è supponibile che il logico periodo di reazione, sarà l’effetto immediato di codeste folli escandescenze, dall’altro lato si può stare a buona fidanza che dopo trentasei anni di esistenza altrettanto agitata, quanto vigorosa, la Republica Transalpina vincerà anche questa prova: e “Marianna„ trionferà anche de’ suoi avversari coalizzati, un’altra volta: e senza scosse, senza cataclismi, e sopratutto senza reazioni forzate che la costringano a dar “macchina indietro„ continuerà a rappresentare la sua parte di governo stabile, ed evoluto — senza correre dietro a chimere irraggiungibili.
Comunque — dicevamo — anche le esplosioni sanguinose del proletariato francese, passano in seconda ed in terza linea, in cospetto della suprema jattura che ha testé distrutto San Francisco di California. L’altro giorno la metropoli della costa del Pacifico, ha visto, sull’alba prima,