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Pagina:Ars et Labor, 1906 vol. I.djvu/478

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Immagine dal testo cartaceo

A Marco Praga, con affetto fraterno.


Finalmente, dopo un lunghissimo viaggio all’estero, eccomi nella mia città natale, nella dolcissima Roma, ne l’immensa, augusta, unica Roma, come la chiamò Gabriele D’Annunzio nel suo romanzo Il Piacere; rivedo con gioia straordinaria il mio nido, che io, iperbolicamente, chiamo col pomposo nome d’appartamento.

Mi misi a girare per quelle minuscole stanze guardando tutti i mobili, tutti i ninnoli, sembrandomi d’essere — dopo tanto tempo — fra cose, fra persone amiche.

Stavo pensando al passato, fantasticando sull’avvenire, quando, ad un tratto, un suono dolce, delicato, flebile arrestò i miei pensieri, troncò le mie fantasticherie. Era quello il suono d’un pianoforte. I tasti dell’istrumento sembrava fossero appena sfiorati dalla mano debole, piccola, sottile d’un fanciullo.

Chiesi al mio cameriere chi era colui che suonava, ed egli mi rispose essere il nuovo inquilino, del quartiere accanto.

— È un misantropo — continuò il mio domestico — un uomo strano. Egli è solo, non ha famiglia, non esce mai di casa e ben di rado vengono persone a trovarlo. Tutto il giorno, e buona parte della notte, è appiccicato al pianoforte: suona sempre senza posa, senza tregua, non fermandosi che brevi istanti. Io dico che è matto.

Mi avvicinai alla parete e rimasi in ascolto. Il mio nuovo vicino suonava la celebre Appassionata di Beethoven. Era già alla fine del primo tempo in la bemolle. Invece di proseguire, ritornò da capo al principio della Sonata; poi ad un tratto, senza lasciare un minuto d’intervallo, incominciò la nota Toccata di Muzio Clementi. Quel brusco passaggio mi sorprese e pensai al giudizio che di quell’uomo aveva dato il mio domestico: “Io dico che è matto„.

Mi allontanai dal mio posto di ascoltazione facendo il proponimento di conoscere il mio vicino, che non poteva essere, non doveva essere che un grande artista, perchè tale egli era nell’interpretazione, nell’esecuzione della musica da lui suonata.

La mattina successiva, infatti, battei alla sua porta, sulla quale v’era affisso un cartoncino col nome: “Fernando Borschi„. Immagine dal testo cartaceoMi avvicinai alla parete e rimasi in ascolto Dopo un breve momento d’attesa l’uscio si aprì e nel vano comparve un giovanotto alto, dalla fisonomia dolcissima; ma d’una magrezza fenomenale. Quello che m’impressionò fu lo sguardo. I suoi occhi avevano qualcosa di soprannaturale, d'indefinito: era uno sguardo che attraeva, che conquistava, che ammaliava.

— Che cosa desiderate signore — mi chiese.