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Pagina:Ars et Labor, 1906 vol. I.djvu/480

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440 ARS ET LABOR

l'esistenza; io, come il più vile degli uomini, mi sarei tolta la vita, la vita che mi fu data; ma che non mi appartiene, perchè io l’ho donata, l’ho consacrata a Colei che fu rapita al mio amore, a Colei che adoro, a Colei.... — Le lagrime gli troncarono le parole e abbondanti caddero dal suo ciglio, rigandogli il viso.

— Scusatemi — mi disse, asciugandosi gli occhi col rovescio delle mani — scusatemi e compatitemi. Se voi avete amato, veramente amato, come raramente si ama, potrete forse imaginarvi quale e quanto sia il mio dolore.

E tacque.

Io avrei desiderato di parlargli, d’infondergli coraggio, cercare d’aiutarlo, di sollevarlo; ma non seppi articolare una parola, non potei.... Alla fine per rompere quel silenzio che continuava da lungo tempo, mi avvicinai al giovane, gli appoggiai una mano sulla spalla, accostai il mio viso al suo e mormorai:

— Coraggio.... coraggio, amico mio.

Aveva il capo reclino sul petto, gli occhi semichiusi, le braccia che pendevano ai lati, lungo il corpo: sembrava svenuto.

Leggermente lo scossi e: — Coraggio — gli ripetei.

Egli lentamente sollevò un braccio, mi offrì la mano e strinse appena la mia. — Addio — mi disse.

Abbandonai quel luogo assai commosso, rientrai nelle mie stanze, sedetti su una poltroncina, accesi un sigaro e seguii il corso dei miei pensieri che erano tutti rivolti all’infelice, che così crudelmente soffriva, così umanamente soffriva.

Ma anche questa volta i miei pensieri furono distolti dal suono del pianoforte. Il mio vicino si era rimesso a suonare. Incominciò con la Gavotta di Luigi Rameau, poi passò alla Sonata in Fa diesis minore del Clementi, indi alla celebre Gavotta di Sebastiano Bach ed infine all'Appassionata di Beethoven. Suonò interamente il primo tempo e due o tre battute dell’andante, poi s’arrestò e dopo un po’ si mise a pestare con le mani furiosamente sulla tastiera, dando in una risata acuta, stridula che mi fece alzare di soprassalto, che mi fermò il sangue nelle vene. Volli accorrere da quell’infelice; ma pensai che la mia presenza forse l’avrebbe irritato, disturbato certo.

Uscii invece per rivedere la mia dolcissima Roma, «l’immensa, l’augusta, l’unica Roma».

Ritornando a casa sul tardi, mi sorprese di vedere davanti alla porta di casa capannelli di gente che animatamente discuteva.

Mi avvicinai ad uno di essi e ad una donna chiesi che cosa fosse avvenuto. Immagine dal testo cartaceoMi sorprese di vedere davanti alla porta di casa capannelli di gente. — Nulla.... gl’infermieri del Manicomio — mi rispose — hanno condotto seco quel giovanotto che abitava al secondo piano. Era un pazzo....

Piantai su due piedi quella chiacchierona e lentamente salii le scale. Avevo bisogno di rimanere solo, di pensare a quell’infelice che nel fiore degli anni era ridotto in quello stato miserando.

L’amore gli aveva ucciso il pensiero.

Milano, aprile 1906.

Luigi Grabinski Broglio.


Immagine dal testo cartaceo