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| 27 GENNAIO 1901 | 13 |
l'Otello, sulla gloria conquistata, o almeno non dare più al pubblico che dei lavori di minor importanza. Ma l’autore di Rigoletto credette troppo nell’arte sua e non un istante cessò di amarla, di idolatrarla. Come Ingrès, come tutti gli artisti che hanno fede nella vita delle proprie opere, Verdi non cessò dal lavoro, per quanto faticoso, per quanto gli costasse, negli ultimi tempi sovratutto, fatica e tempo, convinto giustamente «qu’on fait toujours assez vite, quand on fait bien». E Falstaff venne a nuova testimonianza di questa tenacità feconda, che fece di Verdi uno dei maggiori compositori che il mondo vanti.
Fot. A. Foli, Milano.
30 GENNAIO 1901 — ORE 7 e mezza
Ingresso del carro funebre nel Cimitero Monumentale di Milano.
Volendo usare, per l’ultimo spartito verdiano, un’espressione che renda intieramente il mio pensiero, non esito ad affermare che Falstaff è innanzi tutto una partitura sincera: essa è stata scritta con una schiettezza, con tanta buona fede, quale difficilmente è dato riscontrare nei lavori della maggior parte dei musicisti.
Verdi, artista nel vero e più esteso senso del vocabolo, non cercò nelle astruserie, nelle difficoltà una continuazione alla sua gloria. Ciò che sentiva esprimeva e con tale tranquillità, con tanta semplicità ed in pari tempo con tale grandezza, che ci fa ricordare Gluck. Non un procedere, nè delle forme non italiane: nulla di meno che chiaro, di meno che limpido, di meno schietto nella musica di Falstaff. Neppur qui Verdi credette di dover sacrificare alcuna delle sue idee ad una scuola più che ad un’altra. Egli non seguì che la propria ispirazione, punto preoccupato se questa o quella cosa potesse maggiormente piacere alla massa.
Dell’opinione della folla non fece gran caso. Artista, curava l’opera d’artista: tanto peggio per coloro che non sapevano comprenderla. Uomo di un pezzo, nemico di concessioni, bisognava prenderlo quale era.
Verdi trovò nel suo ultimo lavoro delle armonie curiose nella novità loro, dei ritmi di una certa originalità e di un sapore raro, che gli servirono ad accentuare e a colorare stupendamente l’idea sua, ch’egli si preoccupò sovratutto di mettere in rilievo con precisione e fedeltà. Onde incontestabilmente Falstaff, nella sua integralità, può stare fra le migliori opere di Verdi. Poche volte egli è stato tanto eloquente quanto in questa parafrasi del dramma di Shakespeare. L’espressione vi è di una forza eccezionale e l’orchestra, insisto, stupendamente colorita, dipinge con sapiente verità le differenti fasi della commedia.
Sebbene elevato nello stile, sebbene del tutto moderno nel complesso, pur non esito ad affermare che la concezione di questo spartito deve risalire a qualche anno addietro all'Otello, all’Aida stessa: questo lavoro è l’affermazione di un genio confermatosi ancor prima che con i due lavori ora ricordati.
Nel Falstaff la vita si agita febbrilmente, i co