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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/172

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116 ARS ET LABOR

di Galeazzo Maria. Morì nel 1472, evenne sepolto nella chiesa del Carmine in Milano, accanto alla moglie Francesca della Scala. Nel favore ducale gli successe il nipote Francesco, il Cicco Simonetta della storia, assai caro al re Renato che lo nominò presidente della Camera Summaria, mentre Francesco Sforza, col quale nel 1448 si era trovato alla battaglia di Caravaggio, lo aveva creato già governatore di Lodi e poscia dal di lui figlio Galeazzo venne assunto quale segretario ducale, signore di Sartirana e feudatario di Monza.

Uomo provetto, esperto negli affari, di grande energia, onesto e fiero, egli era dopo il Duca la persona più importante che vi fosse in Milano.

All’assassinio di Galeazzo Maria Sforza (1476) ebbe il merito di conservare intatto e tranquillo lo Stato e durante la minorità di Gian Galeazzo, emerse singolarmente la sua figura di vero uomo di governo e di amministratore saggio ed avveduto. Immagine dal testo cartaceotempietto gotico del parco La reggente Bona di Savoia trovò in lui un fido consigliere ed un amico devoto. Ma queste sue auree qualità, al dire del Litta, gli suscitarono contro i fratelli del defunto Duca, che egli per altro per misura di sicurezza fece esigliare: ma poi per deferenza alla Duchessa, poco dopo permise loro il ritorno in patria. Narrasi che egli non accedesse che a malincuore a sanzionare il perdono verso Ascanio Lodovico e Sforza Sforza, perturbatori irreducibili dello Stato, prevedendo i guai infiniti che ne sarebbero derivati: «Io perderò la testa e voi, madama, lo Stato» disse a Bona, nè s’ingannò.

Non appena posto piede in Milano, Lodovico ordì una congiura, tolse con rapidità fulminea la reggenza alla cognata e fece arrestare Cicco, che venne immediatamente tradotto ed imprigionato nel Castello di Pavia. Sottoposto alla tortura, benché avesse 70 anni, la sopportò con la fermezza corrispondente al suo grado ed alla sua innocenza. Spogliato dei suoi averi, venne ivi decapitato il 30 ottobre 1480; delitto che oscura la fama di Lodovico il Moro, e fu meritato e giusto castigo a lui diciannove anni dopo, la dura prigionia e la morte nel Castello di Loches.

Esigliati tutti i suoi parenti, confiscati i numerosi beni, la famiglia si sbandò momentaneamente; Luigi XII la reintegrò nei suoi diritti, ed i figli di Cicco (nati da Elisabetta di Gaspare Visconti), uno, Gian Giacomo, consigliere segreto ascritto al Collegio dei Giureconsulti di Milano ed allievo del Filelfo, fu un poeta ed un umanista assai stimato da Giulio II, che lo nominò auditore di Rota, indi vescovo di Pesaro nel 1528. Di rilevante ingegno e teologo famoso, fu giudice nella celebre causa del divorzio di Enrico VIII d’Inghilterra, al quale fu contrario. Fatto cardinale nel 1535 e vescovo di Perugia da Paolo III, morì in Roma quattro anni dopo e venne tumulato nella chiesa della Trinità dei Monti ove aveva fatto costruire una cappella.

Degli altri figli, Sigismondo, divenne cameriere di papa Alessandro VI; il terzo, Antonio, imprigio-