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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/220

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grande Nave... Totus Mundus! Ma l’aria, dicevano i Veronesi, gli parve malsana, e in quelle isole salate e paludose il pascolo era... amarissimo. L’asino proseguì pertanto il suo viaggio, risalì a piedi asciutti anche l’Adige, e andò sino a Verona, dove definitivamente si fermò scegliendola come luogo di sua dimora.

Dopo avere colà vissuto parecchi anni da asino onesto e dabbene, passò all’altra vita rimpianto certamente da tutti i suoi simili. Un raglio di lamento destò tutti gli echi del paese, nè mai più triste melodia fu udita ai funerali di simile animale... neppure in Arcadia! Ben presto però i superstiti ebbero motivo di conforto, perchè resi tutti gli onori immaginabili all’illustre defunto, i devoti Veronesi ne conservarono religiosamente le reliquie, le misero nel ventre di un asino artificiale appositamente costruito e dove, afferma il Misson, sono, cioè erano al suo tempo, tuttora conservate con grande gioia ed edificazione delle anime pie: Cette sainte statue est gardée dans l’Eglise de Nôtre-Dame des Orgues et quatre des plus gros moines du couvent pontificalement habillez la portent solennellement en procession deux fois l’année.

Ma il rècord della longevità in fatto di processioni è vinto della Spring Procession, la “processione saltante„ che da milledugento anni in qua continua nel ventesimo secolo a funzionare a Echternach, nel Granducato del Lussemburgo, in onore di San Willibrod e dei miracoli coi quali questo santo converti nel VII secolo il paese alla fede di Cristo. Caratteristica principale di questa processione, alla quale convengono turbe infinite di fedeli dalle confinanti provincie di Olanda, di Francia, del Belgio e della Germania, sono i “santi saltanti„, folla confusa di gente che per voto fatto deve compiere il lungo itinerario della processione sempre ballando una speciale danza piuttosto lenta, che consiste in tre passi innanzi e due indietro, più un piccolo salto. L’esercizio assai calorifero, tanto più che vien compiuto in stagione di solito già abbastanza calda, e cioè il martedì dopo la Pentecoste, mette i danzatori in un lago di sudore, cosicché lo compiono tutti in una tenuta molto estiva, per lo più in manica di camicia. Davanti ai danzanti camminano i salmodianti, fedeli di buona volontà che alla loro volta non smettono un istante un certo loro monotono ronzìo sulle quattro note di un’antichissima sequenza nella quale continuamente si ripete: “Adamo ha sette figlie e le vuole maritare; ha bisogno di trovare sette giovinotti...„ Il corteo, che si svolge per un tratto di qualche chilometro, è intramezzato dalle musiche di tutti i paesi circonvicini le quali, con la confusione di tutti gli strumenti e di tutti i suoni, producono uno sconcerto assolutamente meraviglioso! La processione è chiusa dal clero e dai vescovi in grande pompa, e quando finalmente, dal territorio prussiano ov’è la croce che la tradizione dice piantata da S. Willibrod stesso, giunge alla sua meta, che è la lontana chiesa del santo, i ballerini per compiere il voto debbono salire sempre ballando i sessantaquattro gradini della ripida scala che mette a quella chiesa, debbono percorrerne ballando la navata e fare il giro ancor ballando del reliquiario del Santo. Dopo di che la processione si scioglie, ed essi cadono esausti sull’erba dei prati vicini, soddisfatti dei seimila salti e del voto compiuti. Chi non si sentisse di riuscir in tale impresa, con un marco o due può far ballare e saltare un povero per lui! Immagine dal testo cartaceo

A

NCHE in fatto di mascherate carnevalesche è facile immaginare che la stravaganza umana non ha conosciuto confini. Ma lo spazio mi fugge sotto la penna e debbo limitarmi a ricordarne soltanto alcune.

Il Lasca, nella sua opera Tutti i Trionfi, attribuisce a Lorenzo il Magnifico l’invenzione dei carri nelle mascherate; in ogni modo è certo che a Firenze si fecero con ingegno e gusto artistico, e con tale ricchezza e grandiosità quali forse mai altrove si videro. Basti dire a tale riguardo che i più celebri artisti del Rinascimento non disdegnarono di collaborare alla costruzione di tali carri, a cui si diede il nome di “trionfi„ e coi quali si cercava di riprodurre i fasti più grandiosi della mitologia e della storia. Molti ne ricorda il Vasari nelle sue Vite, ma in quella di Piero di Cosimo ne descrive uno ideato da questo artista, e da lui segretamente costruito con l’aiuto anche di Andrea di Cosimo e di Andrea del Sarto; un “trionfo„ che per la sua singolare stranezza merita qualche parola.

Tanto segretissimamente, dice il Vasari, aveva Piero lavorato quel carro “che mai se ne potette spiare cosa alcuna, ma fu veduto e saputo in un medesimo punto„.

Il motivo di tale segretezza è presto capito quando si sappia che cosa quella mascherata e il relativo carro rappresentavano.

Esso era tutto addobbato di nero e tirato da bufali coperti di gramaglie. Una colossale statua della Morte, armata di falce, era nel mezzo, e aveva intorno delle tombe che quando il carro si fermava si scoperchiavano e ne uscivano lugubri strida. Attorno al carro camminavano uomini vestiti di tela nera su cui era dipinto uno scheletro e, con l’accompagnamento di certe trombe sorde e con suono roco, “cantavano in musica piena di malenconia quella oggi nobilissima canzone:

Dolor, pianto e penitenzia, ecc.„

Dietro al carro seguivano su cavalli bardati a lutto degli uomini vestiti anch’essi da scheletri, che portavano torcie e cantavano un’elegia appositamente composta dall’Alamanni, in cui erano stigmatizzate le follie del carnevale:

Morti siam, come vedete?
Così morti vedrem voi:
Fummo già come voi siete;
Vo’ sarete come noi...

e il ritornello era: “Penitenza! Penitenza!„

Chiudeva il corteo una compagnia della Misericordia con dieci stendardi neri su cui eran dipinti dei teschi e ossa di morto, e questa com-