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| MIRABILIA |
pagnia diceva il Miserere. “Questo duro spettacolo, per la novità e terribilità sua, misse terrore e maraviglia insieme in tutta la città; e sebbene non parve nella prima giunta cosa da carnevale, nondimeno per una certa novità, e per essere accomodato tutto benissimo, satisfece gli animi di tutti; e Piero, autore e inventer di tal cosa, ne fu sommamente laudato e commendato; ed ancora in que’ vecchi che lo videro ne rimane viva memoria, nè si saziano di celebrar questa capricciosa invenzione„. Così conclude il Vasari, ma probabilmente quella macabra mascherata 44 satisfece gli animi di tutti; non soltanto per essere benissimo accomodato, e malgrado il carnevale, ma appunto perchè era carnevale e un carnevale dei tempi della Rinascenza, in cui rinasceva altresì con tutto lo spirito del paganesimo, il carpe diem proprio della filosofia epicurea. Era infatti costume, tanto in Grecia quanto in Roma, di mettere in tavola nei solenni conviti dei piccoli scheletri di metallo che con lo scricchiolìo degli arti ricordavano ai convitati la brevità e l’incertezza della vita, e che bisognava affrettarsi a goderla; e a queste lugubri marionette convivali accenna Tito Petronio Arbitro, il maestro delle eleganze e dei piaceri, quando descrivendo nel Satyricon il famoso banchetto di Trimalcione parla dello schiavo che porta in giro un piccolo scheletro d’argento, facendolo passare di mano in mano: “Ecco quel che saremo domani, esclama Trimalcione, non perdiamo tempo a deplorare la fragilità della vita; ma godiamo invece finché possiamo... post mortem nulla voluptas!„
Per dare un’idea alquanto più ampia del come si divertivano i nostri antenati nel carnevale, ricorderò ancora il Castello dell’Onestà che si costruiva in Treviso nel XIII secolo. Era una gran baracca di legno costruita in forma di castello ed esternamente ornata con grande lusso di stoffe purpuree e di pelliccie d’ermellino; e sovra i suoi spalti erano messe in mostra le più belle signore e signorine della città, riccamente vestite. I giovani dei paesi vicini accorrevano a dare l’assalto
al Castello, e divisi in gruppi, ciascuno dei quali aveva lo stendardo della propria città, cominciavano l’assalto con un bombardamento di arancie, di confetti, di frutti, di fiori e di “dolci parole„. Era conquistatore della fortezza il gruppo che primo riusciva a forzarne la piccola porta e ad entrare; e la lotta a questo intento diventava seria. Una volta tra quello dei Padovani e quello dei Veneziani fu sì viva che, sebbene non si adoperassero armi, vi furono dei morti e, affronto peggiore, lo stendardo di Venezia fu fatto a pezzi. Venezia volle soddisfazione, e fu stabilito che da allora in poi Padova avrebbe inviato ogni anno in tributo a Venezia trenta piccioni ai quali si doveva dare la libertà in Piazza San Marco. Donde l’origine dei piccioni di Piazza San Marco.
LTRE innumerevoli e strane mascherate e baldorie carnevalesche potrei ricordare, ma mi avvedo che più non mi rimase spazio neppur per far cenno, come ho annunciato, delle grandiose pompe fatte in solennissime circostanze e tanto meno delle processioni storiche artisticamente ricostruite come oggetto di spettacolo magnificente.
Rimando pertanto al prossimo Mirabilia il parlare di queste altre pompe e trionfi. Ma per concludere fin d’ora anche a loro riguardo dico che, per conto mio, se mi fosse concesso di veder rifatta una delle più spettacolose processioni che mai sieno state fatte, e mi fosse detto di scegliere a piacer mio quella che maggiormente potesse deliziarmi, non sceglierei quella sfarzosissima che accompagnò Tolomeo Filadelfo nel suo ingresso in Alessandria, quale troviamo descritta nel quinto libro di Ateneo; non sceglierei quella genialissima con cui Luigi XII entrò in Parigi dopo la conquista del ducato di Milano, e di cui parlerò nel mio prossimo articolo; e neppure sceglierei quella solennissima della “presa di possesso„ dei Sommi Pontefici, che andava dal Vaticano al Laterano traversando il Campidoglio con un corteo di splendori che riuniva tutti gli sfarzi di Oriente e d’Occidente, e che, dopo l’ultimo trionfale di Pio IX, non si vedrà forse rinnovato mai più... Io sceglierei a preferenza di rivedere la piccola processione di un villaggio la quale già vidi giovinetto, con una Madonnina azzurra portata fuori da una chiesuola un po’ diruta sulla cima di un monte, e quasi nascosta in un garbuglio di edera e di gaggìe. Vorrei rivedere la Madonnina portata fuori da quella chiesuola e rivolta verso il piccolo cimitero ombreggiato da una selva forte e misteriosa, verso i filari delle viti digradanti in basso nella loro pace verde... La Madonnina che benedice i morti e benedice le fatiche e le ansie dei superstiti, benedice le loro sofferenze e i loro dolori, per tornare poscia tra un’aureola di fiammelle e sparire azzurra e incoronata, come una visione, nella porta della chiesuola coperta d’edera.
E invece di qualunque più superbo corteo preferirei rivedere la piccola folla montanara di fanciulli dai grandi occhi estatici, di donne dagli ampi seni stretti nei brevi busti multicolori, di uomini dal forte aspetto e col sincero ardore della fede nelle pupille; tutta quella gente sana in cui palpita intiera la stirpe ancora inconscia e primitiva, ma senza il cui perenne rinsanguimento l’umanità potrebbe comporre le esauste fibre e le stanche ossa nel suo sepolcro.
Americo Scarlatti.