Vai al contenuto

Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/222

Da Wikisource.

Immagine dal testo cartaceo


La nave è stata trionfalmente varata: Io, Io triumphe! È stata varata fra le acclamazioni della folla, la quale ha subito imparato a mente il leit-motif dell'

Arma la prora e salpa verso il mondo.


Il vate, attratto alcuni anni or sono verso la sinistra estremissima, si è lasciato attrarre dopo il varo verso il palco di S. M. il Re, da un aiutante di campo; e due sere dopo non ha sdegnato di sedere a tavola con numerosi commensali, molti de' quali appartenevano alla vil canizza gazzettante e s'erano buscata la patente di «catoncelli stercorari» dopo la prima rappresentazione del Più che l'amore. Anche sedevano a quella mensa propiziatoria il moderatore della cultura nazionale con il suo primo violino di spalla, ed al vate il moderatore si è compiaciuto di porgere l'alloro apollineo, scantinando un tantino dalle convenienze diplomatiche alle quali possono senza danno sottrarsi i miseri mortali di terza e quarta classe, non i consiglieri della Corona.

Al levarsi de' calici, ha detto il vate che la nave è carica di miele, e quando si pensi al suo navigare nell'«amarissimo Adriatico» verrebbe in mente qualche cosa di simile all'agro-dolce, se un tanto umile e prosaico pensiero potesse trovar posto in tanto trionfo poetico. È vero che i Gratici ed i Faledri si fanno fra loro complimenti molto meno poetici e meno puliti dell'agro-dolce... ma li fanno in poesia, e allor... chi li legge o li ascolta figura di non capirli.

Certo è che la nave salpa verso il mondo con il vento in poppa. Il vate navarca ha trovato anche il modo di farsi battere la gran cassa dalla canizza gazzettante di là dall'Isonzo, ed il conte Montecuccoli, navarca generale dell'imperatore Asburghese, ha parlato a Fiume alle delegazioni austroungariche, come se il dominio dell'Adriatico si potesse riacquistare con le tragedie, e come se la nave varata all'Argentina equivalesse ad una dozzina di Dreadnought...

Ed ieri l'altro s'è compiuto il primo anno dalla morte di Giosuè Carducci. Prego di credere che in questo ravvicinamento di fatti non v'è alcuna malignità contro il vate costruttore di navi; nè ho ricordato il funebre anniversario per trovare la via di proseguire il discorso, come quel predicatore il quale, per la festa di San Giuseppe, parlò della confessione, supponendo che il falegname di Nazareth avesse costruito anche dei confessionari. Il ravvicinamento l'ho proprio fatto apposta, e m'è venuto in mente leggendo un articolo intorno alle lettere del Carducci alla contessa Silvia Pasolini Zanelli, nata Baroni Semitecolo, pubblicate dal Messeri. Sono diciotto lettere, ed all'autore dell'articolo del quale parlo, un critico di quelli che vanno per la maggiore ed a cui si fa di cappello, pare che la pubblicazione di esse sia superflua ed inutile: gli pare altresi, se non m'inganno, che la ritenga fatta per sodisfare una piccola ambizione della persona cui le diciotto lettere sono dirette. Se così fosse, credo che a quella signora sarebbe stato possibile sodisfare una ambizione assai più grande pubblicando tutte le lettere scrittele dal poeta. Queste poche, per quanto è stato detto e stampato, hanno visto la luce anticipatamente per dimostrare quanto fosse falsa la voce secondo la quale la contessa Pasolini Zanelli si sarebbe presa l'incarico di convertire il Carducci alla fede cattolica.

Non so veramente se, conoscendo il Carducci, valesse la pena di provare con documenti l'assurdità di quella asserzione venuta fuori da un giornale socialista: altri, ai quali fu attribuito lo stesso tentativo di conversione, non si sono curati nè punto nè poco di quella accusa; perchè non hanno mai pensato ad una cosa simile, e se pure avessero avuto davvero l'intenzione di convertire il poeta, egli sarebbe andato su tutte le furie mandandoli a quel paese. Nè so come e quanto la pubblicazione di quelle diciotto lettere abbia potuto servire a distruggere sospetti assurdi ed infondati, giacchè chi li ha messi fuori inventandoli di sana pianta, e sapendo benissimo di affermare cosa non vera, continuerà probabilmente ad affermarla non ostante tutti i documenti di questo mondo.

Ma il critico è forse d'avviso che le diciotto lettere non si dovevano pubblicare, perchè in qualcuna si contengono giudizi non esageratamente benevoli per l'autore della Nave. Quei giudizii sarebbero stato meglio nasconderli...!? Ma il Carducci non ne ha forse pronunziati dei più severi intorno ad altre opere letterarie che non gli piacevano? Si vuol trovare una patente contradizione fra i giudizii contenuti nelle lettere pubblicate ed il telegramma diretto dal Carducci al d'Annunzio dopo la prima rappresentazione della Figlia di Iorio. Bisognerà stabilire, prima di dare gran preso a tale contradizione, se si debba credere più a quanto un uomo grande scrive in una lettera confidenziale, della quale non può prevedere la pubblicazione; oppure a quanto dice in un telegramma che apparirà il giorno dopo nelle colonne di tutti i fogli quotidiani dell'universo e d'altri siti. Quel telegramma può essere stato desiderato, non dico dalla persona cui fu diretto — honny soit qui mal y pense — ma da qualche suo amico od ammiratore: il grande uomo che l'ha mandato può essere, come in questo caso, anche un uomo buono, sempre disposto a fare un piacere. E certo, d'altronde, che quando uno si decide o si lascia indurre a telegrafare ad un autore, dopo la prima rappresentazione di un'opera