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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/223

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CHIACCHIERE DI UN INGENUO 159

drammatica, alla quale non ha assistito, non lo fa per domandargli se è bel tempo, o per dirgli delle cose poco gradite. Certamente se il Carducci avesse telegrafato al d’Annunzio quanto diceva dopo essere andato, quasi per forza, ad una rappresentazione del La città morta, non vi sarebbe contradizione fra il telegramma e le lettere alla contessa Pasolini Zanelli; ma, Santo Iddio, non credo proprio che il d’Annunzio ne sarebbe stato lietissimo, e forse il telegramma non avrebbe mai visto la luce del sole.

Se chi, per anni ed anni, ha avuto la fortuna di vedere spesso, continuamente, il Maestro, anche quando era ancora nella pienezza delle sue forze fisiche ed intellettuali, ritiene di non metter lingua quando si discute intorno alle opinioni da lui schiettamente manifestate intorno al suo presuntivo erede e successore, non sarebbe meglio tirar diritto e non insistere troppo? Glissez, mortels, n’appuyez pas... Che bel gusto finire con rompere il ghiaccio!

Capisco che gli sconfinati ammiratori dell’erede presuntivo hanno sempre aperta davanti a loro una via d’uscita; essi possono proclamare che il Maestro valeva poco. Quando si crede d’avere dei diritti ad una eredità bisogna difenderli a qualunque costo!

Certamente fra il Maestro e l’erede presuntivo esistevano delle antinomie molto manifeste. Il Maestro non si curava di comparire agli occhi del pubblico in un bell’atteggiamento, in un gesto eroico, come le reclute che vanno a farsi fotografare appena indossata la divisa. Anzi il suo gesto era spesso rude, pur nascondendo in fondo dell’animo una grande dolcezza ed un’infinita bontà. Nessuno sapeva meglio dimostrare di aver dimenticato i torti che taluno poteva sentirsi sulla coscienza verso di lui.

I fastidii della celebrità gli davano veramente fastidio più che a chiunque altro; anzi lo irritavano addirittura.

Un aneddoto, che credo ancora inedito quantunque dopo la morte del Carducci se ne siano andati a cercare col fuscellino, inventandoli quando non si trovavano, lo dipinge quale veramente egli era. Quando si festeggiò, anni sono, il quarto centenario della scoperta dell’America, il prof. Angelo De Gubernatis si rivolse a tutti i principali scrittori per raccogliere i loro pensieri intorno allo storico avvenimento in un album Colombiano.

Giosuè Carducci fu de’ primi a ricevere una pagina dell’album, con preghiera di scrivervi qualche cosa. Di primo impulso, egli ascoltò soltanto la propria avversione per gli album e le richieste d’autografi, e rimandò la pagina dopo avervi scritto, come saluto augurale al grande navigatore genovese:

Scopri l’America

Se ti riesce;
Mandaci un pesce,

Lo mangerem!

Il De Gubernatis capì lo scherzo; il Carducci, pregato da alcuni amici, si lasciò persuadere e scrisse quanto si lesse poi nell’albo Colombiano.

Egli ebbe vivaci polemiche a proposito dei suoi versi, ribellandosi la sua coscienza di poeta e d’artista ad alcune critiche che gli parevano immeritate. Molti ricordano, ad esempio, le sue fiere risposte ai critici del Ça ira, uno dei quali aveva firmato con le iniziali M. T. che il Carducci credette quelle di Marco Tabarrini; e soltanto dopo la morte di questi seppe esserne stato autore un altro M. T., egli pure ora morto. Giacché del Tabarrini aveva molta stima e considerazione, rispose a lui con vigore ma dimostrandogli gran rispetto: e se più di una volta a critici minori levava il pelo con le sferzanti risposte, non ebbe mai proponimento di offenderli in massa, nè si sognò mai di chiamarli «vil canizza gazzettante» quando non erano arrivati a comprenderlo. Assai meno si occupava dei lodatori: fra i giudizii benevoli intorno alla sua opera poetica, gradiva particolarmente quelli di stranieri, compiacendosi che tali lodi si riverberassero sull’Italia.

Gli furono intieramente ignote tutte le arti con le quali è possibile procurarsi fama e quattrini almeno secondo il proprio merito se non oltre. Ignorava assolutamente il modo di commuovere «l’orbetto», come si chiama il pubblico nel gergo di palcoscenico. Scritta un’ode, la portava al fido editore e non se ne occupava più nè punto, nè poco. Sarebbe una stoltezza affermare che non aveva coscienza del suo valore; ma di questo non menava mai vanto. Nessuno fra i suoi più intimi lo sentì mai dire una parola di legittimo orgoglio a proposito dei suoi, versi: si può anzi asserire che, se fosse stato orgoglioso, avrebbe dimostrato il proprio orgoglio piuttosto per le prose che per le poesie. Quando fu stampato il volume delle Prose scelte, all’editore che si compiaceva di aver ricevuto un numero stragrande di commissioni, in un momento d’espansione disse a quattr’occhi:

— Tu ne stamperai parecchie migliaia di copie, perchè... via, ve n’è di quelle di molto belle!

Furono le sole parole di autoapologia che abbia udito uscire dalla sua bocca il commendatore Zanichelli.

Egli riposa ora in pace «ai pie’ del colle pio della Guardia» nel silenzio del cimitero della Certosa; silenzio interrotto nelle mattine domenicali dagli spari di un vicino stand di tiro a volo. Non sarà mai possibile trasferire quello stand in un altro posto?

Dopo un anno dalla sua morte — non siamo in Italia per nulla — si discute ancora dove in Bologna dovrà sorgere il monumento a lui dedicato, parendo a taluni uomini pratici che l’erigerlo presso la casa del Poeta, lontana dal centro, possa renderlo non abbastanza utile al «movimento dei forestieri». Bisogna non dimenticare l’utilitarismo anche rendendo onore alla memoria de’ grandi! E gli artisti bisantineggiano protestando contro la voce corsa di affidarne l’esecuzione ad un artista di merito riconosciuto: vogliono il concorso, ed hanno ragione, dopo gli splendidi risultati di un sistema che, in pratica, sembra inventato per far trionfare le camarille di tutti i generi nel modo più spudorato.

In mezzo a tali miserie umane la fama del Maestro ingrandisce e rimarrà grande nei secoli. Essa non ha impronte di caducità; non ha davvero il vizio d’origine d’essere nata troppo precocemente. Quando il Maestro aveva già diritto alla celebrità,