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| 174 | ARS ET LABOR |
Il 23 gennaio scorso ricevemmo, leggemmo un telegramma, freddo, laconico, trafiggente come una pugnalata: «A Reggio Emilia Carlo Andreoli morto» — null’altro! Un nostro carissimo amico, un nostro stimato condiscepolo, il chiarissimo professore Carlo Andreoli, morto?!... Il telegramma arido come una tavola anatomica, cinico come una sfinge numidica non ci bastava, ci offendeva quasi. Ci siamo recati subito per ragguagli più illuminanti, più affettuosi, più esaurienti, presso chi l’estinto aveva cordialmente amato e stimato...
Fot. Pilotti & Pcysel, Milano.
Carlo Andreoli.
— Morto il nostro professore?...
— Morto... sì... Morto! finito ha di vegetare! Cos’era più rimasto di lui, poveretto! un’ombra beffarda quanto desolante! Il pensiero nel suo cervello ricorreva pazzamente come matto soffio di vagabondo vento entro cavo strumento... murmure vacuo, ronzìo fastidioso, ricircolante in sè stesso come il lavoro di Sisifo...
— E fu così bella, non è vero? fu così vibrante di baldi propositi e di nobili iniziative la sua aurora come il suo meriggio d’artista!...
— Ah! sì; s’immagini: figlio d’artisti, cresciuto in pieno ambiente musicale: suo padre, sa?, era un povero mutilato d’ambe le gambe: a braccia lo portavano presso il pianoforte, assestavano bene la sua persona a portata della tastiera, e lui giù, ne’ suoi concerti, a farla tutta vibrare, ora carezzandola ed ora tempestandoli. E Carlo, innamorato della musica, studente nel nostro Conservatorio sotto l’Angeleri, poi professore nel Conservatorio stesso...
— Questo l’uomo...
— Sì, l’uomo pieno di fedi, pieno d’entusiasmi, entusiasmi che sempre, fatalmente, s’alternarono ad ineffabili scoramenti, ombre, fantasmi, incubi, vere depressioni nervose attraverso le quali tutto si scolorava, tutto, ahimè, si disciogliea dentro di lui e d’attorno a lui, perfino la fiducia, la stima, l’affetto verso i suoi più intimi e provati amici... Preda al delirio di persecuzione... candidato... all’ospizio dove finì i suoi giorni. Nei migliori anni della sua vita egli fece parte di quella estrosissima ed aristocratica bohème milanese costituita da Arrigo Boito, da Marco Sala, da J. Burgmein, da Emilio Praga, Franco Faccio, ecc. Ebbe allora iniziative sagaci, proseguite e spinte verso riguardevoli successi: a lui si deve l’iniziazione di varie serie di concerti nel nostro Conservatorio.
— E il musicista?...
— Ben temprato da saggia preparazione di studi, sempre avvivato dal miraggio delle più elette idealità — non molto effervescente, ma correttissimo e sicuro — fu pianista rimarchevole ed elegante, insegnante suggestivo. Lascia parecchi lavori, pubblicati dalla Casa vostra, che si dovrebbero riguardare come modelli nel campo pianistico: ricordo i suoi Notturni, le sue Romanze senza parole, le sue Pièces caractéristiques piccantissime, quelle pittoresche scene pianistiche che costituiscono le sue Stagioni, eppoi le varie Danze da sala, le sue finissime Trascrizioni dall’Aida e dall’Africana, e, per canto, quella sua Canzone del Troviero di Provenza, spiccata via dal Re Orso di Arrigo Boito e così meritevole della più lata popolarità... Ma ripeto: da gran tempo, da lunghi, lugubri anni egli sopravviveva a sè stesso, ma ogni estrosità in lui era spenta, spenta in lui ogni coscienza, spento ogni bagliore, ogni raggio, ogni barlume d’ideale estetico: il suo corpo non era più che l’avello della sua intellettualità: ora quest’avello è anch’esso disceso nell’avello e per sempre sotto il compianto di quanti ebbero ad amarlo ed a comprenderlo. Sunt lacrimae rerum.
Mandiamo al fratello Guglielmo Andreoli, professore al R. Conservatorio Giuseppe Verdi, parole di sentitissimo rammarico e di rimpianto.