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camera dei deputati -- sessione del 1861


il nuovo regno delle Due Sicilie, l’antico regno sopravvive, il suo capo è il Re di Germania, le sue leggi antichissime ne determinano i diritti, e la corona di ferro ne attesta le tradizionali attribuzioni. Le incoronazioni italiane si ripetono fino al 1830, e dopo cessano, non perchè cessa il regno, ma perchè il Re, attenendosi al solo titolo di Re de’ Romani, si pretende sciolto dall’obbligazione di risiedere in Italia e di ricevere la corona sia dai pontefici romani, sia dagli arcivescovi di Milano.

Monza custodì sempre la corona di ferro con gelosa superstizione; la corona stessa fu sempre considerata come il misterioso palladio della nazione, nè mai alcun duca, alcun signore di Milano s’attentò di stendere la mano su questo sacro deposito. Due sole volte fu desso involato: la prima nei tempi de’ Guelfi e de’ Ghibellini, che furono i più calamitosi; la seconda nel 1858, epoca al certo simile alla prima, se non si scioglie anch’essa con impreveduto avvenire.

Dunque Napoleone I non ha inventato il regno d’Italia, non ha fatto che rialzarlo, e quindi, se il Re nostro, o signori, si chiamasse Berengario, egli dovrebbe dirsi Berengario III; se si chiamasse Desiderio, si dovrebbe dire Desiderio II, e, poichè si chiama Vittorio Emanuele, debbe essere I.

Estranea all’avvenire delle rivoluzioni, estranea al passato delle nostre tradizioni, la legge proposta trovasi altresì al di fuori della nazione.

Anticamente le nazioni, fossero esse ordinate come l’Italia o come la Francia, constatavano la loro libertà interna col diritto di guerra tra una città e l’altra, tra i grandi ed il Re. Questo antico diritto autorizzò numerose battaglie tra i principi della Casa Savoia e gli altri stati italiani. Il Piemonte, rappresentato da Beroldo o da Aleramo, sorgeva combattendo il regno; poi ordiva una lega imperiale contro la lega lombarda; più tardi, sotto Amedeo IX, voleva impadronirsi di Milano, e dal 1610 in poi non cessò dall’imaginare continue conquiste al di là del Ticino. Lungi da me l’idea dal rinnovare passate inimicizie; ma, se adesso voi continuate questa guerra antica, feudale, premeditata, in mezzo al suffragio universale, alle ovazioni popolari, alle aspirazioni della fraternità italiana; se, mentre tutti vi stendono la mano, voi dite: eccoci alla nostra meta, come se viveste sotto Arrigo IV di Francia; se ascoltate le soggestioni di certi opuscoli francesi che si ostinano a trasportare nel presente un passato ostile e impotente, in questo caso voi vi mettete al di fuori della nazione, in lotta con tutti.

Infatti, se Vittorio Emanuele è secondo, di chi è secondo? Lo è di Vittorio Emanuele primo, nato con idee antiche, continuatore di antichissime tradizioni, e appunto nemico del regno d’Italia, come lo erano stati Beroldo e i suoi successori. Appena reduce a Torino nel 1814, considerò come un sogno l’èra rivoluzionaria, tutta l’èra napoleonica; ripristinò tutti gli antichi impiegati col Palmaverde alla mano, reintegrò la frusta nelle prigioni, la tortura ne’ suoi tribunali, i privilegi civili nella nobiltà, e giunto al 1821, abdicò dichiarandosi nemico della Costituzione.

Ci viene fatta un’obbiezione: ci fu detto che, conservando al Re il suo nome di Vittorio Emanuele II, s’intende di seguire gli usi della Casa di Savoia, la cui tradizione ha sempre mantenuto una medesima numerazione a traverso gli accidenti più svariati della sua elevazione.

In primo luogo, avanti di esaminare gli usi particolari della Casa di Savoia, mi permetterete di parlare sugli usi generali di tutte le case, di tutti i regni, di tutti gli Stati: evidentemente, quand’anche un uso particolare avesse prevalso a Ciamberì, non è forse naturale che quest’uso debba cedere
a Parigi, a Londra, a Worms, a Madrid, all’Europa intera? Ora, l’uso generale fu sempre che, ogniqualvolta un Principe di Stato minore giungeva in uno Stato maggiore, egli abbandonava la propria numerazione per prendere quella dello Stato acquistato, perchè i Principi non hanno altra patria che la terra sulla quale essi regnano. Perciò quando Ottone II di Sassonia, che era valorosissimo principe e liberatore della Germania, giunse al trono imperiale si chiamò primo. Quando Arrigo III di Baviera nel 1009 giunse parimente al trono imperiale si chiamò secondo, e non terzo. Quando Arrigo V di Lussemburgo sali al medesimo trono, invece di dirsi quinto, si chiamò settimo. Infine, per lasciare moltissimi altri esempi, quando Carlo primo, il capo di tutti i regni di Spagna, l’uomo che era alla testa dello Stato donde il sole non tramontava mai; quando, dico, Carlo primo cinse la corona di Germania si chiamò quinto per rispetto

alla nuova patria dell’impero.

Questa fu pure la legge dell’Inghilterra, nella quale il VI Giacomo di Scozia, figlio di Maria Stuarda, si chiamò Giacomo primo; e dove Guglielmo X d’Orange si chiamò terzo per far seguito ai due primi Re normanni. Anche in Francia, Arrigo di Navarra, rinunziando alla riforma per ingannare i popoli e prendere una corona, mutò la numerazione di terzo in quella di quarto. Da ultimo, lasciando il passato, e venendo ad un’epoca che molti ricorderanno in questa Camera, quando nel 1838 ebbe luogo a Milano l’incoronazione di Ferdinando primo, nel bel mezzo della solennità sorse una voce ungarese, che lo disse settimo d’Ungheria, e questa voce rimbomba anche adesso nei confini di quella nazione.

L’uso generale fu egli l’uso degli Stati italiani? In casa nostra, nei nostri confini i principi hanno essi seguito la numerazione reclamata dalla terra? Su questo punto noi non possiamo ammettere il menomo dubbio. Quando Francesco III di Lorena giunse in Toscana si chiamò non terzo, ma secondo; quando Pietro terzo d’Aragona lasciò il suo gran regno per soccorrere la rivoluzione dei vespri siciliani, si chiamò primo e non terzo; quando Alfonso V d’Aragona fece cessare l’anarchia del regno di Napoli, non si chiamò quinto, ma primo; nelle Due Sicilie gli stessi imperatori dimenticavano o dissimulavano il proprio loro nome di Federico II o di Arrigo IV per essere adottati in quelle terre. Se gli Angioini conservarono la loro numerazione di Provenza, fu perchè coincideva appunto con quella delle Due Sicilie; ma Carlo I di Parma, nominato re di Napoli nel 1755, si disse III e non primo. In una parola tutte le case italiane hanno seguito l’uso universale delle altre case d’Europa.

La famiglia di Savoia avrebbe forse derogato a quest’uso generale? No, certo. Infatti Amedeo IX, giungendo al soglio pontificio, si chiamò Felice Quinto, seguendo le tradizioni dei pontefici; e Vittorio Amedeo II, scelto al trono di Sicilia, abbandonò il suo numero di Savoia per contrassegnare l’èra della sua nuova dominazione.

Potete, signori, consultare il medagliere del Re che trovasi al Ministero degli affari esteri, e gli archivi che stanno al Ministero dell’interno, e le monete vi diranno, come gli editti, che la Casa di Savoia s’uniformò religiosamente all’uso generale d’Italia non solo, ma di tutta Europa.

Hannovi certo più di cento monete scrupolosamente classificate al medagliere e accuratamente descritte dal signor cavaliere Promis; sonovi certo più di mille editti con mirabile diligenza conservati negli archivi del regno; l’ordine loro permette di ispezionarli rapidamente, e al solo guardarli in meno d’un quarto d’ora, seguendo d’anno in anno le monete e gli editti, ognun di voi potrà riconoscere